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Charles Baudelaire e dintorni

I miei libri importanti io li ho massacrati, altro che rispetto! Li ho annotati, spiegazzati, macchiati. Perché sono i libri che servono me e non viceversa. Non mi piacciono coloro i quali trattano i libri come reliquie! Questo, a esempio, è la 1° edizione negli Oscar dei Diari Intimi di Baudelaire, lo comprai a 500 lire nel 1970 (avevo 16 anni scarsi). L’ho consumato e a ogni rilettura (ancora oggi) apprendo faccende nuove. Forse realizzerò di averlo compreso appieno quando sarò riuscito a distruggerlo: non mi servirà più.

Ma ancora non è giunta l’ora sua, almeno per questo libro!

Dunque, ecco una citazione che trovo straordinaria:

«Tutto è numero.

Il numero è in tutto.

Il numero è nell’individuo.

L’ebrezza è un numero».

Rileggendo Baudelaire. Mica male per un Poeta….

Religione e mito di Hermann Hesse

«Colui per il quale Dio non è un idolo, che non usa la preghiera come una formula magica, ma la vive come massima concentrazione delle forze interiori, come volontà tesa al bene, al risveglio, a ciò che è unico e necessario, costui trarrà forza per tutta la vita dalle preghiere di oggi, poiché l’hanno costretto ad esaminare il suo cuore, a combattere la pigrizia, a rafforzare la sua ispirazione verso l’alto, a dimenticare i propri piccoli interessi per quelli superiori e comuni».

E’ questo un librino (nenche 170 pp.) che comprai una ventina d’anni fa: costava 8.000 lire, Saggi Oscar Mondadori (oggi costa 8 euro). E’ la prima edizione del 1989. Lo rileggo ogni tanto con piacere estremo: le parole di Hesse sono sempre un balsamo. Consiglio di cercarlo, acquistarlo e consumarlo. Come fosse una medicina, oltremodo gradevole e tanto utile.

«Non condivido nessuno degli ideali del nostro tempo. Ciò non significa che non abbia fede. Credo nelle millenarie leggi dell’umanità, credo che sopravviveranno alla confusione odierna. Non so indicare la via per mantenere fede a quegli ideali, che ho sempre reputato eterni, e contemporaneamente credere ai nuovi, alle mete e alle consolazioni della nostra epoca. Del resto non ne ho neppure voglia. Nella mia vita ho sperimentato molte vie per superare il tempo e vivere senza di esso (questi cammini li ho rappresentati in parte per gioco, in parte seriamente). Quando incontro dei giovani che hanno letto Il lupo della steppa, mi rendo conto che prendono sul serio tutto ciò che vien detto sulla follia del nostro tempo; non colgono invece ciò che per me è mille volte più importante, o in ogni caso non vi prestano fede. Non basta biasimare la guerra, la tecnica, l’ebrezza del denaro, il nazionalismo, ecc. Bisogna sostituire gli idoli della nostra epoca con una fede».

Hermann Hesse (1877/1962), Premio Nobel per la Letteratura 1946.

https://www.vincenzoreda.it/quel-tedesco-ubriacone-di-hermann-hesse/

Charles Baudelaire, Diari intimi

Non si dia retta a tutti coloro i quali dicono che i libri sono sacri, che vanno tenuti come rari gioielli: sono fesserie di chi i libri non li usa e non li tiene in conto. I libri amano essere manipolati, annotati, consumati, torturati nel senso fisico di questi concetti. Allora servono chi li ha acquistati, e sono felici.

Questa 1° edizione degli Oscar Mondadori dei Diari intimi di Baudelaire è del 1970; la comprai per ben lire 500 (oggi, 50 centesimi di euro) e ci passai momenti memorabili della mia adolescenza inquieta. Conservo con cura una specie di fossile slabbrato, sbrindellato, sgualcito quasi illegibile: certo, forse, il libro che mi ha servito al meglio; quello, tra i tanti, cui sono più affezionato.

L’incipit è formidabile: “Anche se Dio non esistesse, la religione resterebbe santa e divina. Dio è il solo essere che, per regnare, non abbia nemmeno bisogno d’esistere. Le creazioni dello spirito sono più vive della materia. Amore è gusto di prostituzione. Non c’è, anzi, piacere nobile che non possa essere ricondotto alla prostituzione. In uno spettacolo, in un ballo, ognuno gode di tutti. Che cos’è l’arte? Prostituzione.[…] Tutto è numero. Il numero è in tutto. Il numero è nell’individuo. L’ebrezza è un numero.

Trovo, tra le tante sottolineature, le orecchie, le note a margine, questa lunga chiosa scritta a matita (avevo 16 anni): ” Dio, in tali termini, è sprone, è speranza, è guida, è ultimo appiglio, è confessore, è tutto. Dio è droga. Dio è esaltazione alla vita. Credi in Lui, pregalo, affidati a Lui.[…] In tal modo concepito, dunque, Dio è essenza che tocca l’esistenza quotidiana, non è speranza di una vita soprannaturale oltre la morte. In tal senso Dio serve, nel modo in cui è [nella norma] definito non servirebbe a nulla, ma per il popolo Dio è esattamente ciò che sopra ho detto. Il popolo non guarda dopo la morte, il popolo ama la vita e Dio gli serve per vivere meglio.”. Beh, sono orgoglioso della mia agitata adolescenza!

Paolo Monelli: Le scarpe al sole

“Questo significa uccidere un uomo. Dovevano passare due anni di guerra perché lo capissi, pur dopo tante pattuglie  per i boschi, che si sparava sopra il bersaglio vivo che saltava da un tronco all’altro, e si pensava: «Basta che arrivi io prima di lui»……Ma questo di stamani, questo si chiama ammazzare, e anche da vecchio rivedrò sempre netto il guizzo del colpito, e l’abbattersi del corpo morto, e me ne resterà l’orrore nella memoria…Sì, va bene che eran gli altri che sparavano…. ma io ho diretto il fuoco, e l’uomo me lo vedevo a dieci metri nel campo delle lenti. Quest’uomo l’ho ammazzato io.”

“Dimenticheremo per un poco, nell’evocazione, di aver dovuto attraversare un mare di merda.”

(Dalla prefazione del 1928 alla IV edizione) “Abbiate quindi pazienza se in questo diario ci son bevute, muli, bestemmie, aneddoti di retrovia e di riposo, tanta nostalgia pulita di casa, tanto odore di terra e di bosco”.

Questo libro – meglio: questo Diario di guerra – composto sulle annotazioni prese in tempo reale nel 1919 e pubblicato due anni dopo, è un libro inaudito, vero, tragico, di prospettive non consuete; un libro che sa di vino, di piscio, di neve, di merda, di fame, di sangue, di sesso. Sempre fuor di retorica.

Semplicemente memorabile.

La mia copia è la prima edizione degli Oscar Mondadori, del 1971 e è composta sull’edizione del 1933. Chi avesse voglia di leggere qualcosa di diverso sulla guerra, invito con certezza a cercare una copia di questo libro e a leggerlo con attenzione e con calma. Qualche lettore mi sarà grato.

Per i numerosi altri scritti che riguardano Paolo Monelli su questo sito, ecco i link:

https://www.vincenzoreda.it/paolo-monelli-il-ghiottone-errante/

https://www.vincenzoreda.it/paolo-monelli-o-p-ossia-il-vero-bevitore/

https://www.vincenzoreda.it/barolo-best-best-best/

https://www.vincenzoreda.it/barbaresco-barolo-secondo-paolo-monelli/

https://www.vincenzoreda.it/paolo-monelli-alessandro-tassoni-e-il-vino-omerico/

Kurt Erich Suckert/Curzio Malaparte, uno fuori moda…

curzio La pelle, un’opera inaudita, sconvolgente pubblicata nel 1949 e oggi quasi dimenticata, ignorata, declassata….

Ho appena finito di rileggerlo, dopo tanti anni e una lettura giovanile più che svogliata: ne sono rimasto folgorato….

Mi sentii umiliato dallo schifoso morbo proprio nella parte che in un italiano è più sensibile, nel sesso. Gli organi genitali hanno sempre avuto una grande importanza nella vita dei popoli latini, e specialmente nella vita del popolo italiano, nella storia d’Italia. La vera bandiera italiana non è il tricolore, ma il sesso, il sesso maschile. Il patriottismo del popolo italiano è tutto lì, nel pube. L’onore, la morale, la religione cattolica, il culto della famiglia , tutto è lì, fra le gambe, tutto è lì, nel sesso: che in Italia è bellissimo, degno delle nostre antiche e gloriose tradizioni di civiltà….”.

“(Al Generale Cork) piaceva sedere alla mia tavola con me e con Jack davanti a un bicchiere di vino di Capri, spremuto dai vigneti del Sordo. La mia cantina era ben fornita di vini e di liquori, ma al miglior Borgogna, al miglior Bordeaux, al vino del Reno o della Mosella, al più regale cognac, egli preferiva il semplice, schietto vino delle vigne del Sordo, sul monte di Tiberio. La sera, dopo cena, andavamo a sdraiarci davanti al camino, sulle pelli di camoscio che coprono le lastre di pietra del pavimento: è un immenso camino, e in fondo al focolare è murato un cristallo di Jena. Attraverso le fiamme si vede il mare sotto la luna, i Faraglioni sorgenti dalle onde, le rocce di Matromania, e il bosco di pini e di lecci che si stende dietro la mia casa…”.

Malaparte nacque a Prato il 9 giuno del 1898 e morì a Roma il 19 luglio del 1957. Fu per un breve periodo anche direttore de La Stampa. A un’adesione della prima ora entusiastica e superficiale al partito fascista, seguì il carcere e il confino a Lipari. Fu poi incarcerato anche dagli americani e dal governo Badoglio, salvo poi venire cooptato come ufficiale di collegamento dopo il 1943. I suoi libri ( da citare Kaputt, uscito nel 1944) ebbero enorme successo all’estero, meno assai in Italia: Curzio Malaparte, spirito libero e fuori di ogni formula preordinata, è ancora oggi considerato uno scrittore fascista: così vanno le cose, da noi. Leggete i libri di questo autore straordinario, unico e dimenticato.

L’Oscar Mondadori che è riprodotto qui sopra raffigura il ritratto dello scrittore dipinto nel 1933 da Massimo Campigli: bello assai, con la tavolozza peculiare del pittore in particolare evidenza.