Posts Tagged ‘Pietrafitta’
Cazzeide/Cunneide di Duonnu Pantu

CAZZEIDE

[…]

Dunca, futtiti vue mo quatrarazzi,

scialativìla ccu’ ‘sti cunnarizzi,

sciacquativìli vue ‘sti cugliunazzi

e a Venere mannati li pastizzi,

‘nnarvulàtili e sparmatìli ‘sti cazzi,

chiantàti corna ppe tutti ‘sti pizzi;

jati gridannu ppe’ tuttu lu munnu:

Viva lu cazzu, lu culu e lu cunnu!

[…]

E mo curre nu sièculu puttanu,

ppe’ nun dire nu sièculu curnutu,

n’età chi nun se trova cunnu sanu

né culu chi nun sia statu futtutu.

le fimmine tè ‘mpàcchianu de manu

le ppigli’ lu diavulu pinnutu:

pigliàu de càudu forte la sajime

e curre cùomu jume la sparcime.

CUNNEIDE

[…]

Farrìa cchiù pieju de Sardanapalu:

ppe’ ‘sti chiani e sti margi le sversèra

e cùomu pùorcu mi cce ‘mbruscinèra,

chi ‘ngualu ‘ngualu.

Cattive, maritate e schette io pigliu,

‘ncamate, ricche, nuobili e frabutte,

e giuvinelle, vecchie, belle e brutte,

cuòmu nu nigliu.

La nìvura, la brutta me cunforta,

la janca ccu’ la russa me ‘nnamura

e tante vote me minte ‘nnavannura

la faccie smorta.

L’àuta, la vàscia, la macra, la grassa,

la pietti sicca ccu’ la minnicuta,

la culi stritta, la cularinùta

‘st’anima passa.

‘St’anima passa e lu core me ‘nchiaga

la dissapita ccu’ la graziusa,

e la mudesta e la murriculusa

tuttu m’ammaga.

A mie fa fare due parmi de mazza

la calvanista ccu’ la luterana,

l’ebrea, la mora ccu’ la maumettana

ed ogni razza.

‘Ncipullu forte e fortemente arrittu

ccu’ cchi l’ha svanu e ccu’ chi l’ha pilusu,

ccu’ chi l’ha ‘nzaccanatu lu pertusu

o largu o strittu.

De primavera, autunnu, viernu e ‘state,

matìna e sira, de jurnu e  de notte

spànticu ppe’ chiavare quattru botte,

due strippunate.

Chiaverrìa, me cunfiessu, ppe’ ’ste vie,

ppe’ ’sti margi, ’sti chiani, e ’sti valluni,

ppe’ ’ste spinara e ppe’ ’sti cafarùni

farrìa pazzie.

[…]

Chine mantène la gente e le regna?

Chine fa tanti papi e cardinali,

tanti rre, ‘mperaturi e uffiziali cchiù ca la fregna?

[…]

Autore di questi due lunghi poemetti è il mitico e favoloso Duonnu Pantu, alias Domenico Piro, prete e poeta nato a Aprigliano il 14 ottobre 1660 e morto nel 1696.

Aprigliano è il paese più vicino a Pietrafitta, dove io sono nato.

Un posto di assoluto rilievo deve occupare, tra i miei poeti, questo prete svergognato e talentuoso.

A Pietrafitta c’era, e ancora c’è ma non più attivo, un convento di Frati Minori: tutti gli abitanti maschi di Pietrafitta erano comunisti e mangiapreti; quasi tutte le abitanti di Pietrafitta erano bigotte.

L’eroe era Duonnu Pantu: prete sacrilego perché amava e cantava “futtisteru, culu e cunnu”. E le storie su questo gran maialone e ubriacone di prete hanno condito la mia infanzia.

Rammento che cunnus, 4° declinazione latina, è il sostantivo che indica la topina, o come assai meglio la definiva il mio grande papà: “Lu tupinaru”, e tupinaru significa talpa: nera, pelosa e cieca.

La Cazzeide è un componimento in endecasibili composti in ventuno ottave e, in buona sostanza, canta un “secolo puttano”, decadente e corrotto in cui tutti fottono tutti, in tutti i posti e in ogni momento.

La Cunneide è un inno alla fica, un elogio colto, totale e svergognato; sono tutte fiche: quelle belle e quelle brutte, quelle alte e quelle basse, quelle giovani e quelle vecchie, quelle grasse e quelle magre. L’assunto, eterno e incontestabile, è che la fregna è motore del mondo. Ho messo in risalto la quartina in cui il prete svergognato dice a chiare lettere che lo eccitano tantissimo calviniste, musulmane, ebree, nere: purché siano fiche, che valgono razze e religioni (ricordo che siamo nella seconda metà del Seicento…)?

E pensare che questi luoghi sono quelli in cui visse e morì – 1202, in località Canale a Pietrafitta – Gioacchino da Fiore e, pochi decenni prima della vita di Duonnu Pantu, fu catturato a Celico Tommaso Campanella.

Per quanto mi riguarda, m’interessa meno la vicenda storica del prete libertino – di cui si conosce poco o nulla – che la sconfinata aneddotica che i compaesani hanno sviluppato nel corso dei secoli. Sono i racconti delle mitiche imprese del prete che mi attraggono: mio padre mi raccontava storie per davvero incredibili; purtroppo, mio papà non c’è più e, come succede quasi sempre, non ho fatto in tempo a registrare in maniera sistematica questi racconti favolosi. Se qualcuno è in grado di aiutarmi in questo senso, avrà la mia gratitudine perenne.

Da Vittorio in Sila

Vittorio, mio zio paterno, è rimasto sui terreni aviti a testimoniare della storia della mia famiglia. Parlo di Rovale, frazione sotto il comune di San Giovanni in Fiore (il paese italiano più popoloso oltre i 1.000 mslm), paese legato a Gioacchino da Fiore: senza di lui, forse, non sarebbe stata possibile la vicenda straordinaria di Francesco d’Assisi. Per inciso, Gioacchino da Fiore morì in località Canale, a Pietrafitta dove io sono nato.

Rovale si trova a circa 1.400 mslm, quasi sulle rive del bacino artificiale del Lago d’Arvo, il più bello dei laghi silani voluti da Mussolini negli anni Trenta. A due passi da Lorica, splendida località turistica silana, tra gli endemici pini larici dal fusto drittissimo e altissimo che per secoli vennero tagliati e utilizzati come alberi delle navi a vela di tutto il mediterraneo (i 3 pennoni di Piazza S. Marco, davanti alla Basilica Veneziana, sono pini larici silani).

Vittorio ha trasformato la casa del nonno in un bell’agriturismo con diversi appartamentini e ristorante e nel terreno in cui il nonno Vincenzo coltivava le patate ha aperto un piccolo ristoro dove si cucina alla brace e si beve il suo straordinario vino: uve siciliane Nero d’Avola e altre a bacca bianca soltanto spremute e fermentate naturalmente non filtrate, non chiarificate e, soprattutto, senza solfiti aggiunti. Per due giorni ho giocato a carte, mangiato, sparato fesserie e bevuto senza soluzione di continuità per ore e ore (tanti, proprio tanti litri) e mai un po’ di mal di testa o la sensazione di averne bevuto troppo…

E poi, regalo inaspettato e straordinario, la cugina Trisa, figlia della grande za ‘Ntonetta (sorella di nonno Vincenzo e scomparsa pochi anni fa quasi centenaria), mi ha fatto mangiare, dopo quasi cinquanta anni, la Cuccìa, una specialità tipica calabrese di montagna: carne di maiale grassa con grano, formidabile!

Il mio unico cruccio è che queste terre, le mie, le frequento con troppa parsimonia, ahimè.

Ristorante Il Melograno, Camigliatello Silano

Domenica 18 agosto da Rovale, villaggio avito posto sulle rive del Lago Arvo, ci siamo recati a Camigliatello, sul Lago Cecita, oggi la stazione turistica più rinomata della Sila.

Bisogna ricordare che i laghi silani sono stati creati come bacini artificiali tra gli anni Venti e i Trenta da una lungimirante politica di territorio voluta da Mussolini: a dimostrare che anche in quel periodo ci fu del buono (almeno fino a un certo punto). Negli anni Cinquanta furono poi assegnati molti terreni a contadini abitanti i numerosi paesi presilani (a cura dell’Opera Sila, ente della Cassa del Mezzogiorno), con il preciso scopo di ripopolare le fertili terre dell’altopiano calabrese. Mio nonno Vincenzo ebbe numerosi ettari, con casa colonica, proprio a Rovale, distante circa tre km. da Lorica, splendido borgo sulle rive del Lago Arvo. Qui ho passato molta parte della mia infanzia prima di essere deportato a Torino all’età di cinque anni: ho ricordi bellissimi di questi posti e sono quelli che riconosco come home, pur considerandomi errante cittadino del mondo. Lorica è assai più bella di Camigliatello, con un lungolago delizioso; purtroppo, fu tagliata fuori dalla costruzione della statale 107, arteria strategica che collega Cosenza a Crotone e che passa vicinissimo appunto a Camigliatello Silano che da ciò ebbe immeritati benefici (Camigliatello non ha un lungolago e oggettivamente dal punto di vista paesaggistico non vale Lorica).

Camigliatello è una frazione di Spezzano della Sila, stazione sciistica situata poco distante dal bacino artificiale di Cecita: è in pratica sviluppato in senso verticale lungo una sola strada principale ricca di alberghi, ristoranti, bar e negozi di souvenir e enogastronomici.

Dopo lunghe passeggiate in mezzo a numerosissimi turisti, in una luminosa ma non troppo calda giornata di agosto (qui si è a circa 1.300/1.400 mslm), abbiamo scelto di pranzare al ristorante Melograno dell’Hotel Sila (4 stelle).

E ci siamo trovati bene assai, gustando un menù, come oggi usa dire: a km. zero. Preparazioni tradizionali silane tutte ottime, a cominciare dai deliziosi antipasti, per continuare con eccellenti tonnarelli (nome inconsueto per dei troccoli o spaghetti alla chitarra) al tartufo nero, una locale trota preparata in umido e un ottimo e delicato filetto di maialino nero con funghi porcini silani. Ho bevuto una bottiglia di rosato Fugace 2010 dell’azienda Donnici 99, di cui all’ultimo Vinitaly avevo conosciuto una titolare, nonché agronoma: Lorena Schibuola. Questo è un rosato da uvaggio di Aglianico (60%) e Barbera (40%) le cui vigne stanno a Donnici, una frazione di Cosenza posta a circa 500 mslm., poco sotto il mio paese di nascita: Pietrafitta. E’ una DOC abbastanza recente, ma situata in un territorio in cui il vino si produce da millenni. Da queste parti nonno Vincenzo aveva la sua grande vigna in località Gaglio: Greco nero, Nerello, Greco bianco e Malvasia. Rosato di buona qualità, piacevolmente secco che ben si è accompagnato ai cibi di cui sopra.

In due abbiamo speso circa 60 €. Ben serviti, con tavolo all’aperto sotto un ombrellone. Locale certo da consigliare, così come da consigliare l’ottimo rosato di Donnici 99. Ma, attenzione, se si vuol vedere la Sila più bella bisogna visitare Lorica.

Per concludere, a due passi da Camigliatello, c’è il magnifico Bosco di Fallistro: alcuni esemplari di Pini Larici (varietà endemica di pino nero) alti oltre 50 m e con circa 400 anni di età. Davvero notevoli.

www.hotelsila.it

http://www.donnici99.com/

 

Calabria, la mia Terra (Calabria, home)

Io sono nato a Pietrafitta, nel rione dei Franconi, il punto più alto del paese che si sviluppa lungo una strada provinciale che congiunge Cosenza (distante circa 15 chilometri) alla Sila. Dunque, sono nato a circa 800 mslm, ma sono cresciuto in Sila, a Rovale nei pressi di Lorica, sul lago Arvo (bacino artificiale creato in epoca fascista), a circa 1.400 mslm. Ma sono al mondo perché mio padre conobbe mia madre a Cirò, sullo Ionio, paese di vino, paese di origine greca (VII sec. aC., Crimissa). Se porto le stimmate del montanaro e Gioacchino da Fiore (morto a Pietrafitta nel 1202) ha in qualche modo ispirato la mia vita, da sempre il mare e le vigne fanno parte del mio essere più intimo. Di seguito alcune immagini dei posti che mi sono cari e che ho il torto di poco frequentare.

Vino al Vino di Mario Soldati, prima edizione Mondadori 1969

Questo bel cartonato in 8° con carta di 120/130 gr. avoriata di circa 200 pagine, finito di stampare nel settembre del 1969, nelle Officine Grafiche di Verona della Arnoldo Mondadori Editore, è la prima edizione di quell’opera che ormai è diventata epica: Vino al Vino; come appare ovvio a chi di queste faccende conosce qualcosa, è del primo viaggio (dei tre che compongono il soggetto dell’edizione definiva e famosa del libro di Mario Soldati), effettuato nel 1968, che in questo libro si tratta.

E’ importante notare che il volume è illustrato da immagini fotografiche fuori testo riprese dal figlio Wolfango, uno dei tre (gli altri sono Michele e Giovanni, compagno di Stefania Sandrelli) avuti dalla compagna della vita Giuliana Kellermann, attrice croata conosciuta nel 1941 (Mario Soldati sposò in prime nozze l’americana Marion Rieckelman, dalla quale ebbe Frank, Ralph e Barbara).

Riporto qui a fianco uno scorcio di vigna con lo sfondo arricchito dalla turrita San Gimignano: mi piace questa foto perché parla dei vigneti di Vernaccia di Pietrafitta (che è paese omonimo al mio, in Calabria) e, citando Pier Giovanni Garoglio, dice che questa Vernaccia ha una somiglianza «soltanto col secchissimo Erbaluce di Caluso»!