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Jack London, La Sfida (The Game)

Tre racconti lunghi che narrano storie di boxe raccontate da uno che fu buon pugile dilettante: tre storie magnifiche (purtroppo tradotte malissimo) scritte tra il 1905 e il 1911. La prima, The Game, racconta la storia di un vincente – Joe Fleming – a cui il destino riserva un’orrenda sorte per mano del bruto John Ponta Londone a causa di un banale imprevisto. E’ anche la storia d’amore tra Joe e Geneviève: prima fulgida, poi funesta.

A Piece of Steak (Una bella bistecca) – il mio preferito, tra i tre racconti – è la storia del vecchio bucaniere, Tom King, che incontra il Giovane di belle speranze, Sandel. E Tom, che combatte il suo ultimo match per incassare la borsa con cui pagare i debiti e sfamare la famigliola, nel momento di finire il suo giovane e sprovveduto avversario, sente la mancanza di quella bistecca che non aveva potuto mangiare perché il macellaio non gli aveva fatto credito.

The Mexican, scritto nel 1911, è l’assurdo racconto che mescola boxe, idealismo, rivoluzione, razzismo. Il taciturno e giovane messicano Felipe Rivera, contro tutto e contro tutti, abbatte l’eroe invincibile Danny Ward. E vince perché i soldi della borsa li ha promessi ai ribelli della Revolucion: serviranno per comprare le armi…

Io amo, si sa, Jack London: è fra i miei romanzieri preferiti con Melville, Kipling, Conrad, Stevenson, Verne, Calvino, Francisco Coloane, Alvaro Mutis, Manuel Scorza, John Fante e  Osvaldo Soriano. Non ho mai avuto gran trasporto per i grandi romanzieri russi (a parte Bulgakov e Gogol), né per i francesi: di queste due magnifiche culture ho sempre preferito i poeti. E poi ho sempre letto per conoscenza e mai per passare il tempo. In London ritrovo la capacità di descrivere le pulsioni primordiali, le leggi immutabili della natura, l’essenza dell’esistenza. Forse, in London come in nessun altro. E ho sempre ritenuto The Call of the Wild (Il richiamo della foresta) una delle massime opere della letteratura mondiale. Qui sotto il link di un mio articolo più dettagliato sulla vita e l’opera di Jack London (pubblicato su Più o meno di vino).

Il libro è del 1994, 1000 lire per 100 pagine di Newton Compton: La sfida e altre storie di boxe.

https://www.vincenzoreda.it/jack-london/

Oscar Farinetti: Storie di coraggio

Tra gli anni Ottanta e i primi Novanta ho avuto la fortuna di formarmi ai faticosi, costosi e piuttosto esclusivi corsi per imprenditori e top manager condotti dall’ingegnere Riccardo F. 1Varvelli e dalla sociologa e psicologa Maria Ludovica Lombardi per conto della Confindustria, a Torino. Scuola durissima, cui mi è riandata spesse volte la memoria leggendo il libro dell’amico Oscar Farinetti: tengo a precisare che, trattandosi appunto di un amico, la mia recensione dovrà per necessità risentire di questa particolare prospettiva che guida il mio giudizio.

Dicevo della mia formazione in Confindustria, perché più volte ho ritrovato nelle parole di Farinetti alcuni concetti che i due grandi formatori allora ci avevano inculcato con passione. Tra le tante caratteristiche che deve avere un imprenditore, alcune sono fondamentali: la propensione al rischio, la capacità di individuare i collaboratori giusti e poi di saperli motivare e gestire (con meno turn-over possibile); la gestione del proprio e dell’altrui tempo; la capacità di delega.

Allora tra i miei colleghi vi erano imprenditori di prima, seconda e terza generazione: nelle storie che Oscar racconta in questo libro ci sono case-history che possono essere considerate esemplari, arrivando in alcuni casi a descrivere vicende imprenditoriali di secoli e di molte generazioni, accostate a storie, invece, di uomini che la loro impresa l’hanno cominciata in prima persona, da non molti anni e tuttavia con grandi risultati. Storie di autentici visionari, capaci spesse volte di contrarre debiti importanti, spinti soltanto dalla motivazione d’inseguire un sogno.

Non ho nominato fino a questo punto la parola vino; certo: questo bel libro parla soprattutto di persone e di famiglie che il vino lo producono. Ma mi piace puntualizzare che, per chi sa leggere bene tra le righe, da questo libro è possibile imparare che il vino è, prima d’ogni altra considerazione, un medium che accomuna le persone di buona volontà (il territorio e tutto il resto vengono dopo, e non è detto che siano faccende fondamentali).

Ho scritto: bel libro.F. 2

Ed è proprio un bel libro, questo; un libro che è scritto in una lingua semplice, diretta; senza orpelli e arzigogoli: a somiglianza di chi lo ha concepito e poi realizzato, con l’aiuto fondamentale di Simona Milvo e Shigeru Hayashi.

Un libro redatto con cura e ben confezionato dal punto di vista editoriale: un cartonato con sovraccoperta plastificata di formato 16×24 cm (sarebbe una specie di 8°); carta avoriata uso mano di circa 90/100 gr. e carattere che a occhio mi pare un leggibilissimo Times in corpo 14, per 324 pp. (più 16 pagine fuori testo che riproducono a colori alcune belle immagini) e un, ottimo, prezzo di 16,90 €.

So che a Oscar piacciono i numeri (personalmente ne sono ossessionato,  ma io sono un artista e gli artisti devono per necessità alimentarsi di ossessioni), gli regalo questi, liberi da copyright: 16,90 euro diviso 340 pagine fa circa 4,97 centesimi a pagina,  che è un bel prezzo. Inoltre, 772 gr. di peso costano circa 2,19 centesimi al grammo e mi pare che siano pochi e comunque un conveniente investimento…Oscar magari non lo sa: uno dei più grandi artisti mai vissuti, Piero dei Franceschi (meglio noto come “della Francesca”), era uno dei migliori matematici del suo tempo! Perché i numeri sono poesia e la poesia (ma l’Arte tutta) è fatta di numeri, almeno per chi non sguazza nella superficialità e nella banalità.

Il libro è la cronaca di una sorta di viaggio, compiuto dal nord al sud d’Italia – dalla Valle d’Aosta alla Sicilia – che porta Farinetti e i suoi collaboratori a incontrare le storie di 12 produttori di vino e sono tutte storie straordinarie, trattate con leggerezza ma in maniera tutt’altro che superficiale: le famiglie, i luoghi e i territori; le caratteristiche tecniche dei vini e le strategie di produzione e di marketing; gli investimenti e i bilanci; i progetti e le idee politiche. Ma anche gli amori, le relazioni parentali…Tra le righe, le parole di Farinetti lasciano intendere tanto e assai di più a chi, come me, alcune di queste faccende le conosce abbastanza bene.

F. 3Certo, si percepisce in maniera evidente l’affinità elettiva di Oscar con Walter Massa; la deferenza per Angelo Gaja (l’unico che non lo riceve in azienda: è sempre formidabile questo autentico langhetto e galantuomo vero; ma anche l’unico che lo lascia senza fiato con una proposta inattesa…); l’ammirazione, un po’ distaccata, per Piero Antinori, Niccolò Incisa della Rocchetta, Marilisa Allegrini; e ancora, l’amicizia complice con “Citrico” Beppe Rinaldi, la passione per Josko Gravner

Pare ovvio che, discorrendo di vino, il vino lo si debba per necessità bere: sono 60 eccellenti bottiglie (tra le quali alcune strepitose birre d’autore) di cui l’ottimo Shigeru compone utili schede tecniche con valutazione organolettica e interessanti proposte di abbinamenti (che a me piace chiamare accompagnamenti).

A Oscar mi accomunano alcune questioni importanti: siamo nati durante la stessa vendemmia a pochi giorni di distanza, io sono più giovane; abbiamo lo stesso amore per i numeri e per il Barolo; entrambi non apprezziamo l’Amarone; discendiamo da famiglie paterne molto comuniste: lui di Langa con padre partigiano, io dai monti della Sila con nonno e padre contadini orgogliosamente stalinisti (di uno stalinismo che in verità faceva tenerezza…).

Sono stato fra i primi a intervistarlo per Barolo&Co nel febbraio del 2007 (il brano è riportato sul mio Più o meno di vino) e di lui mi piacciono la passione, la schietta esuberanza, la franchezza e la naturale simpatia, condite da una buona dose – non guasta mai – di ironia e, meglio ancora, di autoironia.

Comprate e leggetevi questo bel libro: io gliel’ho estorto (mica me lo voleva omaggiare…) a Fontanafredda il venerdì e me lo sono goduto in un paio di notti insonni; questa recensione, se tale si può definire, la sto scrivendo durante la notte tra la domenica e il lunedì: soffro d’insonnia da sempre e da sempre la curo leggendo, scrivendo, dipingendo e ascoltando musica. Mai preso un sonnifero.

Ps: ci sono alcune sviste (poche e forse avvertibili soltanto da chi, come me, ha fatto l’editore per molti anni e  conosce bene le questioni legate al vino) ma, trattandosi di un amico, saranno segnalate in privato. Mi pare ovvio.

 

Gustazioni guidate a Collisioni 2013

Una vita dedicata al vino e tanta parte di questa vita onorata a curare i prodotti della storica Fontanafredda (nei tempi precedenti all’acquisizione dell’Azienda da parte di Oscar Farinetti): Lorenzo Tablino, enologo fino a ieri e oggi impareggiabile comunicatore.

Ci siamo conosciuti a Collisioni 2012: nella Sala del Professore del Castello di Barolo io tenevo la mia lectio magistralis su vino e letteratura; Lorenzo guidava alcune gustazioni con la sua inarrivabile verve e la competenza di oltre quaranta anni di professionale esperienza.

E ci siamo piaciuti. Una sorta di colpo di fulmine.

E dunque quest’anno ci hanno messi insieme a guidare per due giorni otto (otto!!) gustazioni nella stupenda sala dell’Enoteca del Castello dei Marchesi Falletti: quattro gustazioni al giorno con sei vini ognuna e la sala sempre in over-booking. Lorenzo da tecnico, io da letterato.

E il pubblico pare abbia parecchio apprezzato. Ho venduto molte copie del mio Di vino e d’altro ancora, appena uscito per i tipi delle Edizioni del Capricorno di Torino (aveva già pubblicato, nel 2009, Più o meno di vino). Un momento indimenticabile, per me, è stato quando Ian D’Agata ha letto il mio Decalogo del vino . https://www.vincenzoreda.it/decalogo-del-vino-di-vincenzo-reda/

Quasi 50 vini di cui almeno una trentina di Barolo: Bartolo Mascarello, Brezza, Pio Cesare, Ceretto, Chiarlo, Poderi Colla, Rinaldi, Bersano, Oddero…Il meglio di Langa con qualche visita in Roero, Monferrato e Oltrepò Pavese. E spesse volte i produttori presenti a raccontare le loro storie a volte secolari e sempre uniche

Tra tutti questi Barolo, Barbera, Moscato, Spumanti uno devo citarlo perché non lo conoscevo e l’ho assai apprezzato: il Moscato Passito Seren della Cantina Metilde: un vero portento.

Impegno e fatica enorme per portare a buon fine il duro cimento, ma che grande soddisfazione. Certo, se le gustazioni guidate fossero state un paio al giorno, con più tempo a disposizione il tutto sarebbe stato ancor meglio. Sia per noi sia per il pubblico, sempre attento, ricettivo, propositivo.

In questa magica commistione di musica, letteratura, cultura e vino che si chiama Collisioni, Lorenzo Tablino e Vincenzo Reda ci sono stati bene assai. E con noi il nostro pubblico.

Un grazie di cuore a tutti. E un doveroso arrivederci.

Salute.

Vini friulani ospiti al Ristorante del Circolo dei Lettori

Premesso che sedere ai tavoli del Ristorante del Circolo dei Lettori (Via Bogino, 9 a Torino) è per me sempre un piacere innanzi tutto estetico; che lo chef è il mio amico Stefano Fanti, non abbastanza stimato per quanto vale; che il luogo è non lontanissimo da casa mia e quindi per raggiungerlo mi faccio sempre una gradevole passeggiata. Fatte queste debite premesse, mi occorre precisare che il ristorante – dopo Il Cambio, è senza dubbio il più bello di Torino – è uno scrigno riposto dentro il glorioso Palazzo Graneri della Roccia, costruito verso la fine del XVII secolo dall’architetto Gianfrancesco Baroncelli. L’atrio e lo scalone sono di Guarino Guarini. Questo edificio ospitò il 7 settembre 1706 la festa indetta da Vittorio Amedeo II per salutare la fine dell’assedio della Città da parte dei francesi (durante il quale si ebbe il celebre atto eroico dell’artigliere Pietro Micca).E’ diventato la sede del Circolo dei Lettori dal 2006.

Avevo ricevuto tempo addietro un invito da parte di Mario Busso della guida Vini buoni d’Italia (Touring Club Editore), la cui edizione del 2010 fu illustrata con alcuni miei lavori. Mario è una persona competente e onesta che realizza una delle pochissime guide – che oltretutto tratta soltanto di vini autoctoni – degne di essere prese in considerazione. E poi tutto sommato di vini friulani mi sono sempre occupato poco, anche se uno dei racconti del mio libro Più o meno di vino (Il topino di via del Babuino) tratta proprio di una bottiglia di Schioppettino. Ho accettato l’invito con entusiasmo, conoscendo Mario, apprezzando la cucina di Stefano, e amando il fascino del posto. E’ stata una serata assai gradevole: oltre a tutte le piacevolezze di cui sopra ho parlato, ho avuto modo di conoscere due produttori friulani di grande qualità, comunque peculiari. Sebbene di caratteristiche assai differenti – una piccola realtà dalla qualità eccelsa e una cantina di dimensioni medio-grandi con prodotti comunque eccellenti – ho scoperto vini davvero interessanti, di cui tratterò nel dettaglio in altri articoli destinati sia al mensile HoReCa, sia a questo sito. Cito comunque il Friulano 2010 e il sensazionale Schioppettino di Prepotto 2008 di Denis Pizzulin, la Ribolla Gialla 2010, il Picolit 2009 e il Verduzzo 2009 di Terre Rosazza. La serata è stata organizzata dall‘Ersa del Friuli Venezia Giulia, con la presenza della D.ssa Giovanna Barbieri; occorre, in conclusione, precisare che i vini appartengono alla Doc Colli Orientali del Friuli.

www.pizzulin.com                                       www.terrerosazza.com                                        www.vinibuoni.it

 

Quando l’etichetta è orrenda, e anche poco etica

Scrivevo anni fa (Barolo & Co, ripubblicato sul mio Più o meno di vino ):

Il sostantivo “etichetta” compare nella nostra lingua nel 1797, introdotto dal francese: «Etiquette. Marca fissata a un palo, poi cartellino……..»

Ma “etichetta” significa anche complesso delle cerimonie voluto  dall’uso e dalla cortesia di persone di un certo rango ( in origine le corti ): dal francese etiquette ( dicitura ) e dallo spagnolo etiqueta ( cerimoniale ). E’ lampante che l’etimo si rifà direttamente alla parola “etica” ( la scienza della morale, la norma, il costume, ecc….), dal latino ethica che discende dal greco ethike.

Dunque, “etichetta” significa certo: «dicitura, cartellino, marchio, ecc…..», ma nella parola è insito un concetto che in qualche modo riporta alla correttezza, all’onestà, all’etica, appunto.

Ora, su quanto siano etiche molte etichette avrei tanto da dire, ma l’oggetto di questa mia riflessione è prima tecnico e estetico, più che morale e, appunto, etico.

Parto da alcune considerazioni meramente tecniche.

L’etichetta è un mezzo di comunicazione che attiene alla scienza del marketing: formulazione del prezzo, canali di distribuzione, packaging (etichetta, anche), pubblicità, promozioni, ecc. costituiscono il cosiddetto marketing-mix, ovvero tutte quelle decisioni, e dunque caratteristiche commerciali, che un produttore assume per posizionare il proprio prodotto entro una certa fascia di mercato.

Ora, io penso, e a questo proposito dubbi ne ho pochi, che la scienza del marketing sia assai poco frequentata dai produttori di vino; penso altresì che i produttori di vino abbiano anche poco senso estetico e dubbio gusto. Da quanto sopra, si deduce che la mia opinione sulla maggior parte delle etichette appiccicate su bordolesi, borgognotte, alsaziane, tronco-coniche e via dicendo, sono non solo brutte, ma anche tecnicamente malfatte e fanno un pessimo servizio al liquido di cui dovrebbero parlare e al suo produttore.

La prima considerazione è di ordine tecnico: un’etichetta che sta appiccicata sopra una bottiglia di vino ha l’obbligo di raccontare il vino che gli sta dietro. Invece, se alla grande maggioranza di etichette presenti sugli scaffali di enoteche, grande distribuzione e wine-bar sostituite il testo originale con una semplice sequenza di caratteri senza senso e poi chiedete a una qualsiasi persona che tipo di prodotto può rappresentare quell’etichetta, avrete ben poche risposte che riferiscono al vino. Anche per il semplice fatto che poche etichette sono opera di specialisti della comunicazione, perché – mi spiace per chi pensa altrimenti – ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere. Vale a dire che un conto è assemblare un ottimo vino, altra faccenda è raccontare la bontà di quel vino sopra uno scaffale in mezzo a tante altre bottiglie. Il primo dovere di una buona etichetta, infatti, oltre al fatto ontologico di sapere di vino, è quello di chiamare il consumatore a voce più alta e con parole più convincenti di quanto facciano le concorrenti vicine.

A tutti i ragionamenti di cui sopra  occorre aggiungere che il messaggio dev’essere semplice, breve, chiaro, forte.

E qui ricasca il povero, proverbiale asino: sulle nostre brave etichette troviamo di tutto e di più.

A cominciare dalla scelta dei caratteri, veri e propri cataloghi di lettering tra i più sofisticati e illeggibili, per continuare con i testi che, spesse volte, sono più lunghi e contorti di un feuilleton; per finire con la parte iconografica su cui è doveroso stendere un velo pietoso ( fotografie di paesaggi, riproduzioni di quadri che niente hanno a che fare con la materia e sono pure brutti, grafismi fuori luogo, marchi che sembrano fatti per prodotti metalmeccanici…..).

Tutto quanto sopra è confermato dalle etichette qui a fianco. Quella “artistica”, commissionata all’artista Luigi Stoisa per vestire (stampata) i magnum che sono andati all’asta del primo vino della Villa della Regina, fa schifo. E’ brutta, sciatta, scontata. L’artista della “materia vino” non sa nulla, magari è anche astemio. Ha dipinto questo orrendo acquarello perché glielo hanno pagato, magari anche bene. Ma la colpa non è sua. La colpa è di quelle persone di formazione profondamente provinciale, prive di gusto e di buon senso che fanno queste scelte. E, per una volta, non c’entrano i produttori, che poi sono gli amici Balbiano. Sotto, invece, le etichette molto sobrie e anche eleganti – nella loro semplicità – che non avevano la necessità di essere artistiche.

Le etichette realizzate da un artista che della materia vino si nutre e ci pasce sono altra cosa. Per esempio queste, le mie, tutte dipinte con i vini di cui devono parlare e alcune dipinte una per una. Ne sono orgoglioso. Mi sarebbe piaciuto dipingere quella per il Vino Della Regina, ma qualcuno ha deciso altrimenti. La mia presunzione m’impedisce di essere invidioso.

 

 

I vini di queste etichette sono Merlot, Pinot Noir, Muffato (Chardonnay) e Sangiovese.

 

Mood Café, presentazione di Quisquilie & Pinzillacchere

Alcuni scatti a illustrare la serata al Mood Café dove, con Giorgio Diaferia e Angelo Conti, ho presentato Quisquilie & Pinzillacchere, parlando anche di Più o meno di vino. Nella saletta di questo posto intelligente – caffè e libreria insieme – una piccola mostra di miei lavori con il vino (6 quadri tra cui il mio ormai celebre Lingam) fungeva da scenografia. Ho poi dipinto un pezzo dedicato al Mood e al mio amico Paolo Porzio, conosciuto ai tempi del Gruppo Giovani dell’Unione Industriali di Torino, Associazione nella quale abbiamo entrambi ricoperto ruoli istituzionali. Per questo lavoro ho usato l’ottimo Dolcetto d’Alba 2009 dell’Azienda Damilano in Barolo. Nella foto di gruppo, insieme a me e a Paolo (primo da sinistra) ci sono il produttore Guido Damilano e la responsabile dell’Ufficio Stampa, Claudia Rosso.

Palazzo Barolo, Barolo 2000

Questo pezzo è stato scritto nel 2004 per Barolo & Co e pubblicato nel 2009 nel mio libro Più o meno di vino.

«“Nelle loro tenute di Barolo e Serralunga gli ultimi marchesi di Barolo crearono all’inizio dell’ottocento il vino Barolo e, valendosi delle loro conoscenze e dei lunghi viaggi, lo fecero conoscere ed apprezzare un po’ ovunque.

Le cantine di Palazzo ospitarono per anni le botti per l’invecchiamento del prezioso nettare, vinificato con cura ed amore per lungo tempo.

L’Opera ne continuò la produzione, facendolo conoscere sui mercati di tutto il mondo, ricevendo ambiti premi internazionali, sino al 1919 quando dovette cedere i vigneti in quanto non si addiceva ad una Opera Pia una attività commerciale.

La fantasia popolare ci tramanda un aneddoto curioso. Un giorno la marchesa di Barolo si trovava a corte, il Re Carlo Alberto in tono scherzoso le disse:

– Marchesa sento tanto celebrare il vino delle sue tenute: quand’è che ce lo farà assaggiare?

– Vostra Maestà sarà presto accontentata – rispose la Marchesa.

Difatti, qualche tempo dopo una lunghissima fila di carri tirati da buoi entrava in Torino tenendo tutta la via Nizza, diretti a Palazzo Reale. Su ogni carro stava una di quelle botti lunghe e piatte della capacità di sei ettolitri dette “carrà”, che una volta si usavano per il trasporto e anche come misura; e ognuna proveniva da una delle tante cascine (poderi) della marchesa. Erano più di trecento, una per ogni giorno dell’anno, ed erano l’ «assaggio» del Barolo che la medesima mandava al Re. Carlo Alberto ne fu così colpito, e trovò il vino così buono, che volle anch’egli avere una tenuta sua ove si producesse il Barolo per la mensa reale.”

Questa citazione, tratta dal prezioso opuscoletto edito da Daniela Piazza e dedicato a Palazzo Barolo, introduce l’evento che mi ha visto testimone e  a mio modo protagonista: la presentazione al pubblico del Barolo 2000 presso Palazzo Barolo ieri sera 16 settembre 2004.

Di seguito riporto una parte del comunicato stampa, così mi tolgo i fastidi del dovuto:

L’Enoteca Regionale del Barolo, che ha sede nel Castello Comunale Falletti, incontrerà nella tradizione e nella storia Torino Capitale presentando diversi appuntamenti tra la nobiltà del vino.

Nelle giornate del 16-17-18 settembre 2004, presso le sontuose ed eleganti sale di Palazzo Barolo a Torino, dimora storica dei Marchesi Falletti in via delle Orfane 7, verrà presentata la prestigiosa annata del Barolo 2000, l’ultima messa in bottiglia dopo quattro anni di invecchiamento e affinamento.

Il “Re dei Vini”, sarà nuovamente protagonista sulla scena torinese e piemontese per presentarsi a tutti gli appassionati. L’evento, unico nel suo genere, vedrà ancora riunite le oltre cento aziende aderenti all’iniziativa e richiamerà l’attenzione di esperti  e giornalisti del settore.

L’iniziativa è rivolta a fornire un servizio al settore della ristorazione e della rivendita dei vini dell’area piemontese.

Durante le tre giornate sarà possibile degustare tutta la campionatura del Barolo ‘00 dei 120 produttori aderenti all’iniziativa.

La degustazione di presentazione, fissata per giovedì 16 settembre alle ore 18.00, sarà guidata da un buffet di prodotti tipici e verrà proposta le Selezione Ufficiale di Barolo d’annata 2000, frutto delle degustazioni dei tecnici dell’Enoteca e confezionata in un’apposita partita dedicata quest’anno all’artista Piero Angela.

L’etichetta ufficiale è stata realizzata dai pittori Francesco Tabusso di Torino e Kurt Mair di origine tedesca, le loro opere saranno esposte dal 16 ottobre 2004 al Castello Falletti di Barolo.”

Per questioni di correttezza, ho riportato fedelmente il testo del Comunicato stampa, punteggiatura creativa e refusi compresi; però, l’artista Piero Angela, poverino, non beve vino e non crede ai fantasmi ( a Palazzo Barolo ve n’è uno, quello dell’infelice marchesina Elena Matilde Provana di Druent, figlia del conte Ottavio e moglie di Gerolamo IV Gabriele Falletti, che, morta suicida a soli 27 anni, si aggira nottetempo nelle magnifiche stanze del suo Palazzo ). Non so se Tabusso sia astemio, certamente Mair, presente ieri sera, astemio non è, e meno male dico io………

I due pittori sono certo validi assai, quanto al risultato estetico sintetizzato sopra l’etichetta della selezione  Barolo 2000, beh, rimando i lettori al mio articolo che a felice proposito tratta su questo numero di etichette.

Mi piacerebbe a questo punto parlare diffusamente del Palazzo che ha ospitato l’evento in questione e, ancor più, raccontare delle figure eccezionali di Carlo Tancredi Falletti di Barolo (1792-1838) e della sua sposa Giulia Colbert di Maulévrier (1786-1864), una coppia di nobili che seppe occuparsi dei più deboli e dei più poveri, una coppia per cui la Chiesa ha avviato i processi di beatificazione.

E’ opportuno sottolineare che il Marchese fu sindaco di Torino e avviò la costruzione del Cimitero Generale, mentre alla Marchesa si deve l’istituzione, per testamento, dell’Opera Pia Barolo (1864). Non posso non citare Silvio Pellico che fu bibliotecario dei Marchesi e che ivi morì nel 1854.

Il Palazzo è incastonato nel dedalo di viuzze ortogonali dell’originario castro romano, nell’antica isola di Santa Brigida, a fianco al vecchio Tribunale, con le terga poggiate su piazza Savoia (quella dell’obelisco, antica piazza Susina dove si teneva il mercato dei rigattieri, “Contrà dle pate”, antenato del Balòn), attraverso cui occhieggia Palazzo Paesana: la mia Torino, io abito a due passi da lì.

Assenti dal comunicato stampa ma presenti dentro i saloni del Palazzo, osservavano gli invitati anche 10 quadri miei. Dieci bicchieri di vino, genuini, eseguiti da un’artista a cui il vino per certo non dispiace….

La serata è stata un successo, moltissimi i presenti; il Barolo 2000 di Bartolo Mascarello è risultato il più richiesto, per la semplice ragione che La Stampa ha pubblicato un cospicuo servizio sulla festa data alla Mole dai nuovi aspiranti Reali, John e Lavinia, sottolineando che il vino prescelto era appunto un Barolo del buon Bartolo…..

Molti vip, quasivip, piuomenovip, aspirantivip ecc., tutti sorseggianti l’eccellente Barolo 2000, un’annata che continua questo filotto prodigioso a cavallo del millennio.

Sono uscito mentre infuriavano le bevute, gli stuzzichini di salumi e formaggi, i pettegolezzi: una luce settembrina, tagliente, incerta, pitturava Piazza Savoia verso le sette di sera.

A novembre, verosimilmente venerdì 19, a Palazzo Barolo, nelle cantine del Palazzo, verrà presentato “Il tesoro del Palazzo”: in quell’occasione racconteremo ancora il Barolo e dedicheremo l’evento a chi quel vino lo ama, lo beve, lo sa bere.»

Degustazioni letterarie

(Tratto da Più o meno di vino)

Ondeggiando il calice sensuale

sotto l’affilato nasino,

esclamò sospirando ispirata

la serica bionda precoce:

-Sentore di mora matura.


Nel salotto barocco

lo scrittore Baricco,

degustando la preziosa Barbera del Bricco,

sentenziò:

-Barricata.


Il boia, schifato,

sbevazzando volgare quel vino ribaldo,

giudicò:

-Troiaio da taglio.


Pietro,

la michetta mordendo rabbioso,

sorseggiando quel rosso grandioso,

esplose in un botto:

-Pietra focaia!


Tuffando il gran nasone

dentro il bicchierone

l’Aedo cecato azzardò:

-Profumo di donna.

-Profumo di giovane vulva.

Proclamò il Gran Deustatore, geniale.

Un bifolco senz’arte né parte,

sentendo ignorante quel grande signore,

tra gli altri balordi allibiti presenti,

ingenuo pensò:

-Ma da quanto non si lava (quella giovane vulva)?

Eataly a New York

In occasione dell’ inaugurazione della nuova e prestigiosa avventura di Oscar Farinetti e della sua -proprio sua – Eataly a New York, mi fa piacere pubblicare sul mio sito l’articolo scritto nel febbraio del 2007, nemmeno un mese  dopo l’inizio a Torino di questa straordinaria avventura. Fui uno dei primi a occuparmene e l’articolo venne poi pubblicato su Barolo & Co, su Informacibibo.it ed è parte del mio libro Più o meno di vino.


Eataly

Comincio dalla fine, anche perché i fatti non capitano mai a caso e un filo invisibile, spesse volte ma non sempre, a noi ignoto li tiene uniti.

Tornavo a casa verso il centro sull’autobus numero uno: quel venerdì avevo deciso, infatti e insolitamente, di usare i mezzi pubblici invece della mia auto. Stavo rimuginando tra me e me  quelle quattro ore di visita alla nuova impresa dell’Eataly, l’evento ultimo della sempre più propositiva Torino di inizio millennio. Alzo gli occhi e noto un viso conosciuto: Luigi Blasi, mio amico, dirigente della Martini in pensione. La Martini …..

Martini, Ferrari: i due brand, marchi per i non addetti ai lavori, italiani più conosciuti nel mondo.

Tornavo dal posto in cui un certo Antonio Benedetto Carpano, nato a Broglio in provincia di Vercelli nel 1751, aveva creato nel 1786 il vermouth ( dal tedesco wermuth wein, vino d’assenzio ) e dato ai fratelli Cora, a Alessandro Martini, Francesco Cinzano, Carlo Gancia l’idea giusta su cui costruire fortune…..

Tornavo da un posto, Via Nizza 230, dirimpetto a un edificio inaugurato il 23 maggio del 1923 da re Vittorio Emanuele III, progettato da un certo Giacomo Mattè Trucco, nato in Francia da genitori canavesani, ispirato da uno scorbutico possidente valligiano, noto a tutti con l’appellativo di “Senatore”, che si chiamava in verità Giovanni Agnelli e che beveva esclusivamente il vermut Punt e Mes.

Tornando a casa e salutando Luigi, pensavo a cosa trasportavo in borsa, sopra il prezioso portatile Apple: una bottiglia di Muscat de Beaumes de Venise di Paul Jaboulet Ainè 1998 che Renato Dominici mi aveva appena regalato.

Renato Dominici era l’ultima delle persone che avevo incontrato all’Eataly prima di venir via.

“Salito il monumentale scalone vi accomoderete in una sala con porte e sovraporte di legno intarsiato che farebbero la felicità di un antiquario. Alla presenza di Renato Dominici non vi sentirete un avventore seduto al tavolo, ma un amico di famiglia invitato. E la cucina di Renato ed Anna è diversa da quella dei ristoranti  anche di classe; conserva il tono familiare ed è frutto solo di cultura e ispirazione….”.  A proposito del ristorante La Carmagnole, brano tratto dalla Guida d’Italia 1986 di Henri Wintermans, diventata poi, di moda, come guida dell’Espresso.

Renato, monumento della gastronomia italiana, sta seduto tutti i giorni in un  angolo strategico del vecchio stabilimento Carpano, rimesso meravigliosamente a nuovo: svolge il ruolo di “Consulente gastronomo”. Andate lì, vi sedete al tavolo dinanzi a lui e gli chiedete quel che vi occorre in cucina per stupire i vostri ospiti. E state sicuri che egli vi risponderà con la competenza di un grande e l’entusiasmo di un adolescente.

Una delle tante idee di Oscar Farinetti, imprenditore albese, creatore di Unieuro; visionario, mi pare, come  Giovanni, Antonio Benedetto, Francesco, Alessandro: perché un grande imprenditore deve sempre essere un  visionario, un sognatore e non è vero che alla fine dei conti è sempre una questione di soldi, anzi…

In verità mi sento un poco imbarazzato: quando di un fatto commerciale ti ritrovi a dover esprimere giudizi positivi pare che tu stia facendo, come si chiama in gergo giornalistico, la classica “marchetta” ( parlare bene di una faccenda perché, per dritto o per traverso, ti conviene): e io, pur avendo affrontato la visita con molte precauzioni e qualche pregiudizio, mi sono trovato di fronte a una realtà entusiasmante.

Oscar Farinetti l’ho incrociato per caso verso la fine del mio percorso, quando avevo deciso di togliere il disturbo. Era in compagnia di un giornalista americano del New York Times, stavo bevendo un bicchiere del loro rosè ( vigne a Santa Vittoria d’Alba, Arneis e Nebbiolo  al 50%, almeno sorprendente): tutto subito non mi aveva dato molta retta. Poi ci siamo seduti, abbiamo cominciato a bere insieme, si è fatto portare delle belle fette di salame tagliate spesse, l’ho guardato bene negli occhi scuri, profondi, baluginanti sopra due bei baffoni neri.

Ho capito.

Ho rivisto un visionario, un adorabile sognatore di quelli lucidi, di quelli che ti dicono che comunque di business si tratta, ma quel business che da sempre sognava di fare, in cui è riuscito finalmente a coinvolgere il figlio Francesco, che di Unieuro non voleva sentir parlare e oggi se lo ritrova che serve il vino sfuso

( Barbera d’Alba a 1,80 € al litro, di loro produzione, ottima e mi tocca dirlo per dovere di cronaca) ai clienti pensionati e gira tra le 1100 etichette di oltre 200 cantine con l’amore di un appassionato.

Ho incrociato Piero Alciati, erede del mitico Guido, anch’egli preso dall’entusiasmo, dal calore, dalla missione percepita quasi in maniera messianica: accidenti! mi sono detto.

E sembrano tutti così: 200 dipendenti che si agitano con organizzato entusiasmo dentro oltre 10.000 metri di superficie e 9.000 prodotti di qualità venduti a prezzi onesti: hanno inaugurato il 26 gennaio e fino a oggi ( metà febbraio) hanno avuto 250.000 visitatori con un incasso che è andato oltre ogni previsione.

Ho visto un manager milanese, a Torino per lavoro, che chiedeva al giovane Francesco Farinetti, con in mano un cesto pieno di bottiglie di vino, se e quando prevedevano l’apertura di una cosa analoga a Milano…..

La visita era stata guidata dal braccio destro di Farinetti, un fresco bocconiano milanese – ma sposato con una ragazza di Alba -, Luca Baffigo Filangieri.

Al principio aveva esordito malamente con i soliti termini anglofoni di marketing,  poi pian piano s’è sciolto e l’entusiasmo ha cominciato a prendere il sopravvento sul dover apparire “eff” (efficace-efficiente) di bocconiano apprendistato.

Mi ha mostrato il reparto carni di rigorosa razza piemontese ( hanno fatto un accordo con una trentina di allevatori della Granda a cui hanno assicurato mercato per alcuni anni); mi ha illustrato il forno a legna di 7 mq che sforna 30 quintali di pane fatto con farine biologiche macinate a pietra; mi ha fatto visitare al piano superiore il magnifico museo Carpano; mi ha snocciolato cifre: 20 milioni di investimento di cui 12 per ristrutturare il vecchio stabilimento concesso dal comune in comodato per 60 anni e previsione di breakeven point in tre anni, ma visto l’insperato successo, anche meno…

Eppoi il ristorante, con Alciati come consulente, il reparto pizze, il caveau di formaggi e insaccati, la biblioteca ( 1.500 volumi che si possono consultare e acquistare), i punti degustazione, la cantina….

Tutto all’insegna della filosofia creata da Oscar Farinetti: comprare, mangiare, imparare…

Incredibile! E, giuro, non ho scovato nulla che non andasse. O quasi: volevo il cavolo nero che non si trovava nel settore frutta e verdura: il responsabile mi ha spiegato che da noi quasi nessuno lo conosce e lo richiede, essendo tipico della Toscana ( è vero, serve a preparare la magnifica ribollita di cui sono ghiotto).

Ho trovato straordinario il reparto spezie, con rarità di tutto il mondo.

E infine, il sapore del pane cotto in un forno a legna.

Che dire d’altro?

Vincenzo Reda

Scheda editoriale Più o meno di Vino

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Vinitaly: critica del salon puro…

Scrivevo nel 2003 – il testo è pubblicato nel mio libro “Più o meno di vino” – :

“...Vinitaly: ieri, era il ‘’99, Elio ospitava nello stand di Barolo & Co alcuni miei quadri. Cominciava il delirio del Vinitaly. Vinitaly mai come Verona, la Verona dei miei ricordi, quasi mai come Veneto: dormire a Peschiera, a Sirmione, a Desenzano, a Brescia….Mangiare nel Mantovano, nel Bresciano……

Vinitaly significa capitare al “Porticciolo” di Sirmione, perché è vicino all’albergo e sei stanco e non hai più voglia di metterti in macchina, e trovare sul tavolo bicchieri che puzzano di soda mescolata a acque di fogna; abbandonare una frittura mista di mare perché i calamari paiono trucioli di teak e ne hanno lo stesso sapore; rifiutare di mangiare un piatto di spaghetti all’astice per il fatto che non ti eri ricordato di specificare che non lo volevi fossile…..

E cominciare a accodarsi fin dal mattino, ai caselli, ai parcheggi, agli ingressi, agli stand, ai cessi ( tutti in coda a tenersi le mani sulle parti basse, mimando una comica danza…).

Vinitaly significa coda, per me: io odio le code.

Vinitaly significa giapponesi volgari che ingurgitano e sputano decine e decine di vini in poche ore, annotandone le caratteristiche su taccuini minuscoli: io, riconosco i miei limiti, ci metto a volte una o due ore per leggere un solo vino…….e poi mi rimangono ancora dei dubbi.

Vinitaly significa giovani perdigiorno dalle gote (non è per la verità un termine che meritano) rubizze, gonfi di alcol, zonzolanti sulle gambe malcerte, che vagolano tra un chianti, un barolo e un vattelapesca, ché tanto fa lo stesso, a ingurgitare quantità globali e omologanti di liquido che dovrebbe essere vino e a voltare la testa all’unisono per seguire imbambolati e inebetiti qualche bel jeans ben riempito o un decolletè degno di ben altre attenzioni..

Vinitaly significa ogni anno qualcuno che lamenta pochi fogli di copia-commissioni compilati. Litanie del tipo: quest’anno non ho visto tedeschi, non ho visto americani, i giapponesi non comprano, i cinesi latitano, gli sceicchi sembrano distratti e, non so perché, ma non si sono visti in giro operatori iracheni.

Vinitaly significa crudeli cerberi, travestiti da giovin fanciulle attraenti, che sorvegliano gli ingressi per permettere l’entrata solo agli alcolisti impenitenti e evitare l’accesso ai fastidiosi, dannosi, inutili operatori del settore.

Vinitaly significa numeri roboanti: semper ad maiora. Un milione di aziende presenti, un miliardo di visitatori, un trilione di litri di vino ingurgitati, un bilione di trilioni di ……. Il mille per cento in più dell’anno scorso, un successo mai visto, un’edizione incredibile (fino alla prossima, naturalmente).”

Sono passati sette anni e quel che allora ho scritto non lo condivido ormai più: ero stato troppo tenero!

Oggi questo mostro debordante, quest’inferno i cui gironi sono gli immensi padiglioni dedicati alle singole regioni – e ti tocca anche passeggiare sovrastato da immensografie del testimonial american attore (ormai vintage) strapagato per storpiare Giacomino e ricordare al Mondo che esiste quel pezzo d’Italia – non ha più senso. Non ha senso per il grande produttore, non ha senso ancor di più per il piccolo che scompare dentro questo caldarone (la “a” non è un refuso: da caldara…) in cui si mescolano un numero incontrollabile di eventi, comunicazioni, iniziative, notizie, fesserie, minuzie, insignificanze; e vini grandi e ciofeche, e vini preziosi e vini-mappine, vini bio vini falsi vini dinamici vini statici; vinacci vinelli vinoni vinini vinetti vinellini vinelloni vini del caso vini di cosa vini di casa; vini fatti e vini strafatti, vini legnati, vini filtrati, vini infeltriti….senza alcun costrutto.

Non ci avessi incontrato Vittorio Fiore, non avessi fatto conoscere il Tretarante a Stefania Zolotti, non avessi conosciuto il profondo sguardo giovane e fresco della diciannovenne figlia di una mia amica: mi dice qualcuno – chiunque: anche incompetente, bovaro, cafone, musulmano, pellerossa, astemio – cosa ci venivo a fare al Vinitaly?

Più o meno di vino, presentazione a San Damiano d’Asti
Oscar Farinetti inaugura il suo Borgogno in Barolo, 11/09/09

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Ma l’amico Oscar – per cui penso di non sprecare una parola importante ( abbiamo scoperto di essere coetanei, nati a distanza di pochi giorni), causa le sensazioni di immediata simpatia provate – assume quell’espressione, difficilmente descrivibile, che dipinge un volto quando si comunica agli altri l’entusiasmo di una nuova, coinvolgente avventura: ha appena definito l’acquisto della storica casa Borgogno!

E diventa un fiume in piena: 22 ettari ( 3 e mezzo a La Morra e gli altri a Barolo, con il favoloso cru Cannubi), che oggi producono 120.000 bottiglie e che vuole ridurre a 80.000 su due filosofie qualitative, una “Base” commercializzata sempre con 5 anni di invecchiamento e l’altra “Classica” messa in commercio con 10 anni di invecchiamento! A prezzi giusti, anche per riportare il Barolo in Italia come vino da bere e non solo come inutile e stucchevole feticcio da regalo di prestigio.

IMG_5587“ E poi, all’ingresso delle Cantine, nel centro di Barolo, ci metto un bel cartello con sopra scritto: ‘Vietato l’ingresso alle barrique’! Solo bei legni di grande capacità, filosofia alla Bartolo Mascarello. Non tocco niente e la famiglia Boschis rimane a collaborare con noi in azienda. Voglio solo rinnovare un poco l’immagine di un’azienda storica: anche il marchio sarà pressappoco il medesimo – conosciuto e stimato in tutto il mondo. E questa è un’acquisizione della famiglia Farinetti, un vecchio sogno che diventa realtà…”.

Era l’8 di febbraio del 2008 e Oscar, in una intervista che gli feci in occasione del primo anniversario dell’apertura di Eataly – che fu pubblicata su Barolo & Co e é riportata sul mio Più o meno di vino – mi annunciava in anteprima che aveva rilevato la storica cantina Borgogno. E mi prometteva di invitarmi alla sua inaugurazione, dopo la necessaria ristrutturazione.

Il momento è arrivato e Oscar ha, ovviamente, mantenuto la promessa: venerdì 11 settembre alle 11.00 ci ritroveremo tra amici del vino a tener compagnia a Farinetti e a fargli gli auguri, sentiti, perché questa nuova impresa possa avere il successo che merita!