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Bicchiere di vino

Certe volte vuotare, a piccoli e misurati sorsi, un calice ricolmo di buon vino può servire a liberare la mente di tutti quegli assilli che vivere porta a accumulare. A scrostare le sinapsi di quelle ruggini pericolose che incrostano i fili delicati: rifiuti tossici che le delusioni, i tradimenti, magari soltanto gli egoismi e l’insensibilità che mi cresce rigogliosa intorno, rendono insopportabili. Un pizzico di sano cinismo potrebbe aiutare; qualche momento di calcolo lucido; qualche periodo di lontananza da persone vampire o semplicemente inutili servirebbe a alleggerire il peso di vivere. Questi versi sono frutto di una sofferenza profonda che mi ha inciso l’anima: bere – non per cercare oblio o stordimento ma per ritrovare sensazioni usate che mi accarezzano senza pretendere nulla in cambio – spesse volte mi aiuta.

Un calice di traminer friulano al Mood, in piazza Carignano a Torino

Bicchiere di vino

Nei riflessi rubini

s’è fatto liquido presente l’acino passato:

liquido diafano,

liquido inebriante

scolorirà,  piscio immondo,

nel suo irrimediabile futuro.

Futuro ogni passato è stato,

furono speranze i ricordi:

ricordi tenui diluiranno forti speranze.


I riflessi d’un bicchiere elegante

di diafane promesse ricolmi

il tempo rimescolano

del tempo si fanno beffe

quando  lacrime insolenti,

passate presenti future,

solchi, concrete, incidono.

Materiche, chirurgiche

la pelle devastano sensibile:

ne scavano le rughe profonde di già.

A queste disperanze assisto attonito,

e sono le mie e non capisco

se sono se sono state se saranno.


Non carpisce la carpa, né capisce

 

Non ingiungo alla carpa di carpire il dia

me ne scampi iddio

di già carpisce la carpa senza nulla capire

– quasi come il nulla capire

possa essere tutto sapere o viceversa.

Per noi è diverso

ogni passato è stato futuro

quando il presente è solo illusione.

C’ è un tempo che non è più ieri

e non è ancora domani

pur non essendo oggi

in cui mi pare di star bene.

Lì bevo e fumo e ascolto e leggo

palpando pagine

annusando olezzi e lezzi

freschi e stantii

mi par di vivere a regime pieno

tra un sonno e l’altro

sento che non devo niente a nessuno

neanche a me.

Vincenzo Reda, intorno al 2001