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“Il bolide” di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castelvecchio)

Il 6 aprile del 1912  moriva Giovanni Pascoli, uno dei miei poeti prediletti di cui qui sotto pubblico una poesia meravigliosa ancorché poco conosciuta. E’ un componimento cosmico che in apparenza poco si accorda con la fama di poeta lirico del Pascoli. Ma è una poesia straordinaria per davvero, con alcuni versi indimenticabili.

Tutto annerò. Brillava, in alto in alto, 


il cielo azzurro. In via con me non c’eri,


in lontananza, se non tu, Rio Salto.


Io non t’udiva: udivo i cantonieri


tuoi, le rane, gridar rauche l’arrivo


d’acqua, sempre acqua, a maceri e poderi.


Ricordavo. A’ miei venti anni, mal vivo,


pensai tramata anche per me la morte


nel sangue. E, solo, a notte alta, venivo


per questa via, dove tra l’ombre smorte 


era il nemico, forse. Io lento lento


passava, e il cuore dentro battea forte.


Ma colui non vedrebbe il mio spavento, 


sebben tremassi all’improvviso svolo


d’una lucciola, a un sibilo di vento:


lento lento passavo: e il cuore a volo 


andava avanti. E che dunque? Uno schianto;


e su la strada rantolerei, solo…


no, non solo! Lì presso è il camposanto,


con la sua fioca lampada di vita.


Accorrerebbe la mia madre in pianto.


Mi sfiorerebbe appena con le dita:


le sue lagrime, come una rugiada


nell’ombra, sentirei su la ferita.


Verranno gli altri, e me di su la strada 


porteranno con loro esili gridi


a medicare nella lor contrada,


così soave! dove tu sorridi


eternamente sopra il tuo giaciglio 


fatto di muschi e d’erbe, come i nidi!


Mentre pensavo, e già sentìa, sul ciglio 


del fosso, nella siepe, oltre un filare


di viti, dietro un grande olmo, un bisbiglio


truce, un lampo, uno scoppio… ecco scoppiare


e brillare, cadere, esser caduto, 


dall’infinito tremolìo stellare, 


un globo d’oro, che si tuffò

muto 
nelle campagne, come in nebbie vane,


vano; ed illuminò nel suo minuto


siepi, solchi, capanne, e le fiumane


erranti al buio, e gruppi di foreste,


e bianchi ammassi di città lontane.


Gridai, rapito sopra me: Vedeste? 


Ma non v’era che il cielo alto e sereno.


Non ombra d’uomo, non rumor di péste. 


Cielo, e non altro: il cupo cielo, pieno


di grandi stelle; il cielo, in cui sommerso 


mi parve quanto mi parea terreno.

E la Terra sentii nell’Universo.


Sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella.


E mi vidi quaggiù piccolo e sperso 


errare, tra le stelle, in una stella.