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Un PO’ ETA

ImbianchinoRovistando dentro una notte insonne le confusioni degli angoli più reconditi e dimenticati delle mie cavalcate sfrenate, ho ritrovato questi versi lontani. Scritti chissà quando, per chissà chi. Scritti che nessuno finora ha mai letto e dunque muti, dunque inutili, dunque sordi e ciechi. Però sono versi che assai mi piacciono e meritano che qualcuno, altri che me, abbia l’opportunità di leggerli.

Magari di farli propri.

 

Sai

Sei l’aria che respiro

Amore mio.

Nulla di più per vivere.

Giocare i miei giochi bambini

Giochi Bambini

Aria & Vino

Aria e vino def

Impronte

ImpronteSaldo sinapsi indefesso

Saldo sinapsi indefesso

E mai mi contento

Infatti non godo.

Aggroviglio annodo pasticcio

I miei malcapitati neuroni

Che poi non riesco a dipanare.

E tutto questo inesausto affanno

Per nulla

Quando intorno mi danzano gruppetti

Gioiosi

Di queste polpoidi cellule

Che danzano piacevoli coreografie

Euritmie semplici che pare

Gioco si facciano dei miei intrichi

Privi di costrutto.Impronte 1

Sii semplice

Sii semplice

Se semplice sei puoi diventare sette.

 

Questa piccola antologia, pubblicata dall’Editore Pagine, in Roma, contiene sette miei poesie, tra le ultime che ho scritto. Sono lavori sofferti, elaborati per anni:la scelta di un aggettivo o di un verbo è una faccenda complessa quando si tratta di scrivere poesie. Attiene al ritmo, a questioni semantiche, a faccende sonore. Senza dimenticare che la Poesia esige il “verso”. E spesse volte tanti lo dimenticano, lasciandosi prendere dal mood del momento. Ma la poesia è soprattutto tecnica.

Non bisognerebbe mai scordarsene…..

Il volume in questione è anche disponibile come e-book:

www.pagine.net

Il Tartufo bianco

Avevo qualche dubbio che ora non ho più: il tartufo bianco dà il massimo quando si accompagna (si sposa, si accoppia, si fidanza, si unisce: fate voi, purché non dite: «si abbina») con le uova al tegamino.

Poesia lirica, poesia lirica allo stato puro. Che godere.

Nulla di più.

Salute.

Ode a Luigi (Gino per gli amici) Veronelli

Il Vero nel Gino

Soltanto vuol dire le

Glorie nel Vino

E Luigi si stringe agli amici Luigino

Per baciare la semplice rima

Di Gino con Vino.

Perenne Bambino

Che il mondo rovista

Chiare agitando le placide gore

Sicure di sguardi puntuti insolenti

Rispettosi pur sempre.

Offuscati  e infine insultati

Dal beffardo ossidare del Tempo

Inerte però incapace

A fronte dell’ostinato estenuante Bambino

Perdurando a baciare quella semplice rima

In eterno con Vino.

Vero Gino

Retrogusto che permane nei sensi

Di noi che ti abbiamo assaggiato

Sorseggiato e gustato

Come fossi tu quoque Gran Vino.

 

Vincenzo Reda

Torino, 11 novembre 2012

Coccale (1988), da Rime sghembe

Caccole caccoline caccolette

Lievi lievi

Fastidiose un poco

Insudiciano collose

Insistenti

Il vello lucido

Del mio esistere tiepido.

 

Furtivo

Mi scaccolo

Coccolandomi un poco.

 

Per ogni caccola

Una piccola coccola.

Bicchiere di vino

Certe volte vuotare, a piccoli e misurati sorsi, un calice ricolmo di buon vino può servire a liberare la mente di tutti quegli assilli che vivere porta a accumulare. A scrostare le sinapsi di quelle ruggini pericolose che incrostano i fili delicati: rifiuti tossici che le delusioni, i tradimenti, magari soltanto gli egoismi e l’insensibilità che mi cresce rigogliosa intorno, rendono insopportabili. Un pizzico di sano cinismo potrebbe aiutare; qualche momento di calcolo lucido; qualche periodo di lontananza da persone vampire o semplicemente inutili servirebbe a alleggerire il peso di vivere. Questi versi sono frutto di una sofferenza profonda che mi ha inciso l’anima: bere – non per cercare oblio o stordimento ma per ritrovare sensazioni usate che mi accarezzano senza pretendere nulla in cambio – spesse volte mi aiuta.

Un calice di traminer friulano al Mood, in piazza Carignano a Torino

Bicchiere di vino

Nei riflessi rubini

s’è fatto liquido presente l’acino passato:

liquido diafano,

liquido inebriante

scolorirà,  piscio immondo,

nel suo irrimediabile futuro.

Futuro ogni passato è stato,

furono speranze i ricordi:

ricordi tenui diluiranno forti speranze.


I riflessi d’un bicchiere elegante

di diafane promesse ricolmi

il tempo rimescolano

del tempo si fanno beffe

quando  lacrime insolenti,

passate presenti future,

solchi, concrete, incidono.

Materiche, chirurgiche

la pelle devastano sensibile:

ne scavano le rughe profonde di già.

A queste disperanze assisto attonito,

e sono le mie e non capisco

se sono se sono state se saranno.


Tommaso Campanella, sonetto

A CERTI AMICI, UFICIALI E BARONI, CHE, PER TROPPO SAPERE, O DI POCO GOVERNO O DI FELLONIA L’INCULPAVANO

Non è brutto il Demòn quanto si pinge:

sta ben con tutti, a tutti cortesia:

la più sentenza eroica e la più pia:

un piccol vero gran favola cinge.

Il paiuol della pentola più tinge;

nera chiamarla dunque non dovria.

Libertà bramo, e chi non la desia.

Ma il viver sporca, chi per viver finge.

– Chi si governa mal spesso si duole. –

Se pur lo dite a me, ditelo a tanti

gran profeti e filosofi, ed a Cristo.

Né il saper troppo, come alcun dir suole,

ma il poco senno degli assai ignoranti

fa noi meschini e tutto il mondo tristo.