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Orti, Carmi priapei e l’ùortu di Peppinu

«…Priapo, in area ellenistica e poi a Roma e in Italia, è un portafortuna universale. Le sue statue si ergono trai campi e i frutteti, all’aperto o in tempietti a lui dedicati, negli atri dei palazzi cittadini o delle ville di campagna e persino sulle tombe (per difendere la pace dei morti), mentre sue minuscole effigi sono appese al collo dei bambini. L’immagine classica del Priapo ormai romano è quella fornitaci da Orazio nell’ottava satira del libro I: rozzo idolo di legno dal membro enorme, una falce in mano e sul capo un manipolo ondeggiante di canne destinato a tener lontani gli uccelli, in volta protettore della generazione (dei campi e degli uomini), terrore dei ladri, esorcizzatore della jettatura e spaventapasseri.  Il Priapo romano, almeno agli inizi, è schiettamente contadino (anche “politicamente2 contadino, come si vedrà) e assai più ruvido di quello ellenistico, ma ben presto si ingentilirà e levigherà, sarà fatto non più di solo legno ma di terracotta, di marmo, di metallo. Il Priapo contadino, osceno ma non lubrico simbolo della forza procreatrice, confuso spesso con Pan e con il culto delle Ninfe, diventa rapidamente una caricatura lasciva. I Priapea ci danno entrambe le facce della medaglia.».

Questa raccolta anonima di 80 canti (Carmina priapea)  fu compilata in maniera probabilmente antologica in età augustea (seconda metà del primo secolo a.C.). Fu attribuita via via a Virgilio, Ovidio, Tibullo e ancora a Marziale e a Petronio. Per la verità, qualcuno di questi può aver scritto delle composizioni della raccolta, ma la sua scarsa caratura letteraria, per non dire rozzezza tecnica, impedisce ai filologi di accettare la tesi di unica creazione  di qualcuno di questi grandi. Priapo è una divinità originaria di Lampsaco, Ellesponto, in età ellenistica: entra a far parte del pantheon greco dopo il III secolo a.C. I romani lo sostituiscono più tardi al culto di Mutunus Tutunus, equivalente autoctono.

Ho scelto due composizioni che ritengo emblematiche. Vogliono essere una dedica a mio padre Giuseppe (Peppinu), nel cui orto – ùortu, in calabrese – egli non aveva un idolo protettivo come Priapo, ma nella sua antica e grande cultura ne aveva la percezione intuitiva. Oggi, 19 marzo, ho rivisitato quel posto in cui egli trascorse felice i suoi ultimi anni e dove morì un mattino di ottobre mentre raccoglieva i suoi fagioli. Morì improvvisamente, credo felice di posare le sue membra, ancora vigorose, su quella Terra che gli era stata compagna e amica.

XI

Cerca ch’io non ti prenda! Se ti prendo/non ti bastonerò né con la curva/falce ti farò male, ma trafitto/da questo palo mio sesquipedale/t’allargherai talmente/che ti parrà che il tuo buco del culo/non abbia più una grinza.

(Ne prendare cave, prenso nec fuste nocebo,/saeva nec incurva volnera falce dabo:/traiectus conto sic extendere pedali, ut culum rugam non habuisse putes.)

XX

Giove è armato del fulmine, Nettuno/della fiocina, Marte della spada/Minerva della lancia, mentre Bacco/dà battaglia col tirso, Apollo, dicono,/lancia frecce e la mano dell’invitto/Ercole stringe la clava. Terribile/ io sono invece per la gonfia fava.

(Fulmina sub Iove sunt; Neptuni fuscina telum [est];/ense potens Mars est; hasta Minerva, tua est;/sutilibus Liber committit proelia thyrsis;/fertur Apollinea missa sagitta manu;/Herculis armata est invicti dextera clava:/at me terribilem mentula tenta facit.).

 

Mentula/Cazzo/Cock/Minchia/Lingam: l’essenza orgiastica del bicchiere

http://www.youtube.com/watch?v=w-Uf1AeSva0

cazzo-bicchiere-1

Priapo: il simbolo maschile del sesso. Oggi ci vergogniamo di parlare e di mostrare il sesso: la tradizione cattolico-cristiana, condita da tanto  giudaismo, ci ha insegnato che il sesso è peccato. Non così per i greci, per i romani che appendevano grandi cazzi (simboli di Priapo) a protezione di orti e giardini; non così per gli indiani che adorano il sacro Lingam di Shiva. Noi, invece, ci vergogniamo della faccenda più naturale che ci sia: fonte di vita e di piacere.

Il mio lavoro, del 1998, dipinto col Colorino – vitigno che una volta era usato nella formula del Chianti Classico per donare colore al vino – vinificato in purezza da Claudio Gori, vuol essere un inno laico ai riti orgiastici di Dioniso-Bacco-Libero-Lieo-Zagreo (tutti i nomi del dio del vino). Questo lavoro, nel mio immaginario, vuol significare l’essenza del bicchiere: perché si può bere (e offrire da bere, com’è ovvio), per chi ne ha voglia e piacere, da un bel cazzo…senza alcuna vergogna, perché non si fa del male a nessuno, anzi!

Il quadro è in formato 50×70 cm, vino su carta di cotone da 300 gr. E’ in vendita per 1.500,00 €. Chi fosse interessato può contattarmi.