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I Maya del Petén

Ogni anno, più o meno verso la metà di novembre, si tiene a Paestum la Borsa mediterranea del turismo archeologico. È un momento sempre affascinante in cui in quattro giorni si confronta e si verifica tutto il mondo, letteralmente, dell’archeologia.

Presso il centro espositivo dell’hotel Ariston, centinaia di addetti ai lavori e migliaia di visitatori, studenti e semplici appassionati, si incontrano nelle sale dei convegni e nei numerosi stand.

Ebbene, tutti gli anni lo stand, pure di modeste dimensioni, più affollato è sempre il solito: quello del Guatemala, dove l’impareggiabile Enzo Brilli, responsabile Inguat per l’Italia, intrattiene giovani e meno giovani con i suoi braccialetti maya e le trovate che ogni anno rendono sempre simpatica e interessante una visita al piccolo spazio espositivo del Guatemala.

Quanto sopra mi serve per introdurre il viaggio nella Terra dei Maya effettuato alla fine di ottobre 2008: l’idea di questo viaggio nasce appunto nello stand di Paestum, chiacchierando con Enzo Brilli; dopo due anni di attesa, finalmente siamo riusciti a organizzare questo evento che per me si è rivelato, a conferma delle aspettative, più che memorabile.

Parlare di Guatemala significa parlare di Maya, ma bisogna precisare che il territorio in cui fiorì, in varie epoche, la cultura maya abbraccia 350/400 mila chilometri quadrati situati tra gli stati di Messico, Guatemala, Belize, Honduras e Salvador.

Lo stesso territorio è abitato ancora oggi in maniera importante dalle varie nazioni maya: però occorre precisare che se negli altri stati ci sono anche i Maya, in Guatemala non si parla di Maya, ma di Quiché, Cakchiquel, Mam, Kekchí…., ossia delle varie etnie, e relative lingue – che sono quasi una trentina – maya.

Il Guatemala è un paese grande un terzo circa dell’Italia (108.000 Kmq) con 13 milioni di abitanti: quasi la terza parte del paese si estende nella regione del Petèn, il che significa foresta vergine pluviale. Il resto del territorio è montagnoso e ricco di vulcani attivi con una storia rovinosa di terremoti ed eruzioni.

“Nessun’altra nazione ha mai dedicato al tempo un interesse così intenso; e anzi nessun’altra civiltà ha prodotto una specifica concezione di un tema, parrebbe, così poco popolare[…] Per i Maya il tempo era l’oggetto di un interesse assorbente. Ogni loro stele ed altare aveva lo scopo di indicare il flusso del tempo, di celebrare la chiusura di un periodo[…] Per i Maya i giorni non erano in rapporto con gli dei, ma erano dei; e lo sono tuttora per gli abitanti di remoti villaggi di montagna nel Guatemala dove vige ancora il calendario degli antichi Maya”.

Così J. Eric S. Thompson, grande archeologo americano, sintetizza l’essenza della cultura maya nel testo che è fondamentale per chiunque voglia approcciare seriamente la conoscenza di questa tappa della storia umana: La civiltà maya, Einaudi.

Parlare di cultura maya significa essenzialmente capire quel che Thompson sintetizza in poche righe: l’ossessione del tempo.

I Maya non erano, come si crede, grandi astronomi: erano invece grandi astrologi, ovvero le osservazioni astronomiche al servizio di vaticini e profezie.

A partire da due, forse due millenni e mezzo, prima dell’era volgare, primitivi agglomerati urbani che lottavano con la foresta pluviale tra il Petèn, il Chiapas e il Veracruz (Thompson riteneva che la cultura Olmeca fosse stata probabilmente elaborata da genti maya) erano capaci di mantenere caste privilegiate di sciamani evoluti che osservavano i complicati cieli tropicali ed erano in grado di predire noviluni, pleniluni, eclissi, periodi secchi, alluvioni.

Gli sciamani divennero sacerdoti e le loro parole si trasformarono in religione che regolamentava sviluppi urbani, dimensioni e proporzioni degli edifici, primitive scritture, decorazioni ceramiche, pitture murali, stele.

Sempre in lotta perenne con la foresta pluviale, generosa con frutta, radici, foglie e animali di  ogni tipo e crudele nel riappropriarsi dei terreni appena appena lasciati incolti.

Fino a pochi anni fa si pensava che il culmine della cultura maya fiorisse nel classico (250-900 d.C.), oggi vi sono tracce del raggiungimento di uno sviluppo almeno simile nel precedente periodo preclassico medio e tardo (400 a.C.-200 d.C.): le recenti campagne di scavo a El Mirador e le scoperte dei murales di San Bartólo fanno arretrare appunto a questa epoca il raggiungimento di traguardi che si pensavano di molti secoli più tardi.

È soprattutto per verificare personalmente questa straordinaria nuova frontiera della conoscenza della cultura maya che ho affrontato con grande entusiasmo il viaggio in Guatemala: per poter successivamente rendere conto ai lettori di Archeo di quanto oggi stiano progredendo queste conoscenze. E, avendo conosciuto bene il Messico e lo Yucatán, rendere completa la soddisfazione del sogno di un adolescente.

RIGOBERTA, I MAYA E IL MONDO. Rigoberta Menchù Tum Giunti, 1997

R. Menchù-1


“Cabeza clara, corazón combativo y puño solidario de los trabajadores del campo”


“(Il premio Nobel) effettivamente mi ha cambiato la vita. Da un altro punto di vista, però i cambiamenti non sono stati molti: la mia faccia da povera, la mia faccia da india, la mia faccia di donna india, difficilmente avrebbe potuto cambiarmela, e questa la porto ancora con me, la porterò con me per tutta la vita. Il premio Nobel vale per tutta la vita, ma anche le mie convinzioni e le mie origini valgono per tutta una vita. Ragion per cui, il premio Nobel dovrà rassegnarsi a convivere con me così come sono, per tutta la vita.”.

Rigoberta Menchù Tum, maya Quiché (o, meglio: K’iche’), nata nel villaggio di Chifel nel 1959, ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1992. Nel 2007 è stata la prima donna del suo paese a essere candidata alle elezioni presidenziali. La sua vicenda umana è la storia dello sterminio della sua famiglia da parte dei militari al servizio dei poteri forti nel Guatemala della guerra civile, finita nel 1996. Il suo primo libro, Mi chiamo Rigoberta Menchù, del 1987 (Giunti, per l’Italia) è ormai diventato un testo di culto.

“I nostri mayores e anziani sono il risultato di una lunga esperienza, di una lunga vita. E dunque la nostra educazione si basa su altri punti di riferimento: comincia dalla necessità di rispettare i processi naturali, anche un piccolo e anonimo fiore. «Figli», diceva sempre mio nonno, «c’è per tutti noi il tempo per essere bambini, il tempo per essere adolescenti, il tempo per essere giovani, il tempo per essere adulti e il tempo per essere anziani». C’è un tempo per morire e un tempo per rinascere. A ciascuna età corrisponde una tappa, e in ciascuna di queste tappe noi siamo protagonisti di qualche cosa. Credo che nella nostra vita quotidiana avvenga la stessa cosa.

Noi ci siamo sempre considerati come una pannocchia: se alla pannocchia manca un chicco, quell’assenza si nota, si vede uno spazio vuoto, perché quel chicco aveva un suo posto, un posto particolare. Siamo, allo stesso tempo, individui e attori collettivi.”