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Simboli alchemici e massonici

Sono due libri di eccezionale valore se si è interessati alla simbologia e a come certi concetti sintetici possano essere adoperati, in maniera intellettualmente speculativa, a secondo delle argomentazioni che necessitano di volta in volta. Senza entrare in faccende per le quali occorre avere un approccio non superficiale e una visione di prospettive diversificate – sto parlando della massoneria -, è affascinante tutta la simbologia che i massoni hanno fatto propria, spesse volte stravolgendo i significati iniziali, altre volte arricchendoli, altre ancora inventando di sana pianta interpretazioni suggestive.

Il libro di Jules Boucher, pubblicato in Francia nel 1948, è il meglio che si possa trovare e racchiude una serie di analisi sui simboli – moltissimi dei quali a carattere universale – che è per davvero unica. In Italia è stato pubblicato da Atanòr, un editore specializzato in pubblicazioni legate a faccende iniziatiche. E’ un libro importante, di 380 pp. corredato da un’ottimo apparato iconografico e supportato da un cospicuo corpo di notazioni. La mia copia è la 3° ristampa della 1° edizione, del 1988, allora costava 30.000 lire.

Di assoluto valore il libro della Sansoni dello storico inglese E. John Holmyard (1891-1958), pubblicato nel 1957 e tradotto in Italia due anni dopo. La storia dell’alchimia, parola araba, è affascinante perché consente di pervenire agli albori della scienza, che sarà la chimica, attraverso un percorso che si snoda dall’antico Egitto alla Grecia, ma che arriva al nostro medioevo attraverso la straordinaria cultura araba. Si passa da personaggi come Khalid ibn Yazìd e Giabir ibn Hayyàn (Geber) a Alberto Magno, Ruggero Bacone, Raimondo Lullo e Paracelso. Anche in questa materia, pure di prospettiva più epistemologica, la simbologia gioca un ruolo fondamentale. Il libro, che comprai negli anni settanta (costava 2.300 lire), costituisce una lettura non complicata di poco più di 300 pp. Si vede come la cultura anglosassone abbia saputo sviluppare una grande tradizione nella divulgazione storica e scientifica. Che a noi ancora manca.

Paracelso: Philipp Theophrastus Bombast von Hohenheim (1493/1541)

Questo saggio, di grande rigore e assai impegnativa lettura, scritto dal chimico e divulgatore scientifico inglese Philip Ball nel 2006 e pubblicato in Italia per i tipi di Rizzoli nel 2008, è più che una biografia del mago alchimista medico svizzero (di origini tedesche): è uno scritto affascinante di epistemologia.

“Nessuno che abbia scoperto qualcosa di nuovo o si accinga a esplorare qualche campo sconosciuto dovrebbe essere trattenuto, […] ascoltate coloro che ogni giorno cercano qualcosa di nuovo, e ogni giorno trovano qualcosa di nuovo, qualunque cosa sia: si tratti di saggezza naturale, di arti o di abitudini, infatti ne sono responsabili i cieli. Quindi, da questo derivano nuove arti, nuovi ordini, nuove malattie, nuove medicine, perché i  cieli sono sempre all’opera, e tocca all’uomo decidere di quale parte di queste cose dovrebbe occuparsi e di quale no (Astronomia magna, 1537/8).”

Le parole qui sopra citate, non si direbbe, appartengono all’eredità di un uomo considerato alla stregua di un mago ubriacone, di un sedicente medico guaritore, dell’inventore del Laudanum, la medicina perfetta, sorta di pietra filosofale della farmacologia.

Paracelso è invece l’anello di collegamento tra le grandi personalità del XII e XII secolo (Alberto Magno, Raimondo Lullo, Tommaso d’Aquino) e le menti straordinarie del XVI e XVII secolo (Keplero, Copernico, Bernardino Telesio, Galeo Galilei) che permisero la nascita del pensiero e della metodologia scientifica.

Paracelso, nel suo insopprimibile errare per il mondo, ebbe a conoscere, frequentare e essere stimato dalle migliori personalità di quel periodo: Erasmo, Zwingli, von Hutten. Scrisse tantissimo, soprattutto di medicina e di alchimia, e fu per certo il primo – per questo, ma anche per i suoi modi, perseguitato – a prendere le distanze dai dogamatici e indiscutibili metodi di Ippocrate, Galeno e della Scuola Salernitana.

Tutti quelli che gli succedettero gli debbono qualcosa.

“Le ricette per fabbricare alcol cominciano ad apparire nel XII secolo, Abulcasis non lo menziona, ed entro il XIII secolo questo liquido infiammabile divenne noto come aqua ardens o aqua vitae, cioè «acqua di vita ».

«Alcol» è un termine di origine araba: al-kuhl, la parola che indica il minerale nero stibnite, o solfuro di antimonio, proveniente dall’assiro guhlu, che significa «pittura per gli occhi», anticamente usato come cosmetico in Assiria e in Egitto. Curava però anche le infezioni oculari, e Dioscoride lo elenca tra i medicinali. C’è una bella differenza fra questo solido nero e il liquido limpido e puro dell’aqua vitae. Dapprima la parola alcol designava solfuro d’ammonio polverizzato, poi una polvere di qualsiasi tipo, infine «l’essenza» di qualunque sostanza, almeno fino alla metà del XVI secolo l’alcol veniva anche confuso con il distillato di vino, e alcuni attribuiscono questa designazione allo stesso Paracelso, che parlò dell’essenza di vino definendola alcohol vini.

Questi estratti volatili atti a preservare, erano noti anche come «spiriti», perché si riteneva che esistesse un’analogia diretta con la parte «incorruttibile» e incorporea del genere umano; questo collegamento è particolarmente esplicito nelle opere di due uomini ai quali l’Archidoxa è pesantemente debitore: Arnaldo di Villanova e Giovanni di Rupescissa.

Non è una coincidenza che Arnaldo e Giovanni, come il famoso alchimista Raimondo Lullo, provenissero dalla Catalogna (allora parte dell’Aragona), perché la Spagna orientale era un luogo d’incontro fra pensiero arabo e cristiano.”.

Per curiosità anche il termine «elisir» deriva dall’arabo al-iksir e, in alchimia, era considerata una pozione alla stregua della pietra filosofale e derivata dall’antica alchimistica cinese, che associava l’elisir alla longevità.

Per rimanere ai temi che tratto in questo mio sito, un’altra curiosità – di cui in questo magnifico saggio si tratta – è legata a Giovanni Michele Savonarola, illustre medico e umanista nato a Padova intorno al 1385 e morto a Ferrara intorno al 1468. Era costui nonno – e non zio, come viene citato in molti libri che si occupano di alcol e vino, anche da Luigi Veronelli – di Girolamo Savonarola, il monaco domenicano il cui cadavere (era già stato ucciso a pugnalate) fu dato al rogo in Firenze nel 1498.

Giovanni Michele Savonarola è ritenuto, a ragione, colui che per primo codificò l’arte della distillazione, basandosi sugli scritti di Alberto Magno e di Raimondo Lullo. Scrisse anche un famoso libro dedicato – nutrizionista ante-litteram – al cibo: Libreto de tutte le cosse che se magnano.

Per chi avesse voglia di approfondire il mio semplice stimolo, consiglio senza indugio di cercare e di leggere questo splendido saggio dedicato a Paracelso: ma ribadisco trattarsi di una lettura di epistemologia, non già di magia o alchimia.