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Arpa magica

E’ un’arpa, un’arpa magica quella che mi figuro di volta in volta quando sorseggio un uomo.

Una sequenza di corde dai diametri sempre differenti: arpe che suonano con brezze leggere, venti impalpabili e altre, imponenti, che neanche ruggenti uragani impetuosi urlanti riescono a smuovere: corde che sono cavi d’acciaio tesati da giganti che nessun vortice riesce a eccitare.

Allora mi metto in ascolto e attendo suoni: e sono sempre sorprese.

I diametri di quelle corde mi sorprendono: le scopro vibranti quando me le aspettavo di pietra; mi sconvolgono immobili quando ero certo che un venticello impalpabile le avrebbe eccitate.

Di corde, di cavi, di capelli sottilissimi siamo fatti: arpe, null’altro che arpe che attendono brezze leggere o tempeste ululanti per cominciare a vibrare, a emettere suoni o a urlare; a rompersi al primo vento solamente un poco più forte o a rimanere secche come tronchi inamovibili quando anche le fronde cantano e fremono canzoni che squassano l’aria.

La scienza mi spiega, o meglio: la scienza cerca di convincermi che è in fondo una semplice questione di connessioni. Si chiamano sinapsi i nodi che legano i neuroni e la magica complessità che progetta questi intrichi di materia qualcuno vuol vendermela come intelligenza: significa capacità di analisi, capacità di sintesi, capacità di memoria, capacità di opportunismo, capacità di rendere al massimo, nel minor tempo possibile, nel miglior momento possibile una qualsivoglia informazione?

Non so.

Chi mi spiega i diversi diametri delle corde?

Chi sa raccontarmi perché certe arpe vibrano col soffio di un colibrì e altre restano immobili quando barrisce l’elefante?

Non so.

Ma siamo solamente arpe magiche che aspettano di vibrare le corde eccitate da venti capaci di farlo.

Per certo nessuno di noi sceglie il diametro delle proprie corde.

Io, per parte mia, sono in modo irreparabile attratto da quelle arpe intessute con fili di sete sottili: so che un soffio appena appena più forte le squassa e le svelle; so anche che basta l’alito di un colibrì per farle cantare.

E poi, beati quelli i cui cavi d’acciaio temprato non si rompono mai!

Non ho scelto io, e pure ho durato fatica a convincermi che non è colpa mia, e neppure merito mio: ma i sussurri, quelli sì, sono roba che mi appartiene.

Per il resto, sia fatta la volontà del Signore,

chiunque Egli sia, ovunque Egli sia,

ammesso che sia.

 

Dicembre 2008