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Agata, classe 1925

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Arrivai per primo, con il mio solito anticipo, e mi sorpresi che l’appuntamento dove avremmo incontrato un piemontese era fissato presso uno stand della Regione Basilicata. Ma in fiera succedono queste e ben altre stranezze, dunque non mi scomposi più di tanto.

Attirò la mia attenzione una vecchia.

Davanti a un florilegio di salsicce e salumi e soppresse e panini imbottiti di tutto quel ben di dio, a voce alta invitava i visitatori a mangiare i suoi panini.

Un metro e cinquanta molto scarso, quaranta chili a essere ottimisti, un bel viso asciutto  e regolare con rughe incise ordinatamente, un fare rispettoso ma deciso: attirava i suoi clienti potenziali a degustare la sua magnifica merce; instancabile, ossessiva ma convinta e convincente, in qualche modo appassionata.

Fu conseguenza naturale il fatto di acquistare un ottimo sfilatino, bello pieno di una salsiccia ben stagionata e appena appena piccante che il mio palato gustò con gioia quasi adolescente, ricordi di quando mangiare a ogni ora un panino per strada era un piacere sublime.

Altrettanto naturale il fatto di cominciare a parlare con la deliziosa vecchia, per nulla fuori posto in quel caos di genti e afrori e rumore e scorrere veloce laddove SLOW avrebbe dovuto imperare, ridotto ora a mero slogan mediatico, patetico richiamo per stormi, o meglio, mandrie impazzite di anatre sciocche.

Agata, il suo nome, classe ’25: era lì per la prima volta a aiutare il figliuolo a portare avanti l’impresa che aveva fondato decenni prima. Insaccati e prodotti artigianali da maiali allevati in un paesino in provincia di Matera.

Matera è sempre il bianco e nero di Pier Paolo: anche in un posto come questo.

Sai, tante spese e tanti sacrifici, è la prima volta che veniamo. Non si preoccupi signora, vedrà che lunedì avrà venduto tutto, anche la polvere. Qui la gente compra, non c’è problema. Speriamo. Ma sì, vedrà, passo lunedì e sarà contenta.

Nel frattempo era arrivata anche la mia amica, giornalista di lingua portoghese da anni a Roma, e mia ospite per questo grande carosello: anch’ella attratta dalla vecchina e dai suoi panini e insaccati e pepe rosso macinato.

Per poi sciamare via di corsa verso una degustazione – mi pare riguardasse i prodotti del Gargano, sì il mio Gargano, che debbo cominciare a considerare come una delle mie patrie: io ne ho tante, una più una meno poco conta – e ancora via di corsa, sbatacchiati dalla corrente impazzita verso chissamai cosa, qualche odore o sapore o un semplice colore.

Certo che sono tornato, come promesso, il lunedì successivo, dopo gli eccessi del sabato e della domenica, con tutte le trasmissioni, i vip, i politici, i calciatori e le veline, gli SCEF sciamani novelli ormai assurti al rango di divi, anch’essi nel tourbillon mediatico del grande Salone: ché non esserci equivale a non esistere.

Con la cura di chi sa come funzionano questi meccanismi, il sabato e la domenica m’ero tenuto ben lontano dalla grande abbuffata e la mia amica già ripartita per Roma.

Agata era ancora lì, piantata davanti al suo stand, circondata da salsicce penzolanti ( a prima vista ne penzolavano di meno che il venerdì prima), il figlio dalla bella faccia rubiconda che maneggiava un gran coltellaccio agghindato da credibile salumiere dietro il banco, una piccola catasta di panini – il pane era diverso da quello che avevo avuto il piacere di mangiare giorni prima –  in attesa di essere masticati e digeriti dai nugoli di insetti visitatori vocianti e trafelati che scorrevano davanti come i fotogrammi impazziti di un film surreale.

Allora, Agata, com’è andata? Eh, abbiamo ancora tanta roba da vendere…abbiamo speso un sacco di soldi per venire qui…lo stand costa…Mangiatevi un bel panino con il capocollo nostrano, è buono, lo facciano proprio noi…Abbiamo ancora un sacco di roba…le spese sono tante..La salsiccia è genuina, i nostri maiali mangiano ghiande, solo 2 euri e mezzo per un panino che vale molto di più….Vieni, fai colazione con i nostri panini, solo 2 euri e cinquanta….

Instancabile, Agata, classe ’25.

I capelli grigi, raccolti dietro, lo sguardo attento, i tratti del viso fieri senza essere sprezzanti: orgoglio e consapevolezza, dignità e pudore, determinazione e costanza.

Ancora il ricordo della lezione di Pier Paolo: senza dubbio una delle sue facce, uno dei suoi visi, uno dei suoi volti in bianco e nero, tra i Sassi di Matera a vivere un Vangelo reale.

Grazie, Agata, classe ’25.

E, come si dice da noi, che Nostro Signore ti conservi la vista.

Vale a dire, che Iddio ti benedica.

(Estratto dal racconto Gli occhiali e Agata da Più o meno di Vino)