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La Tana del Re

Per il tramite di amici di amici, come spesse volte succede, vengo invitato a visitare un ristorante che non conosco: è situato in via Virginio, 1 all’angolo con via Verdi e dunque dirimpetto al Teatro Regio. Siamo nel primo isolato, lato sinistro, di via Po. Il locale è ricavato in quello che doveva essere un deposito di carbone, un piano sottoterra con volta a botte. Sono posti che mi hanno visto pascere, sere e notti, tra i Settanta e gli Ottanta, in una Torino che in superficie era tutta operaia e politica e, sotto sotto, ferveva di atmosfere pervase da ricerca artistica: musica, teatro, cinema, fotografia, pittura. Poi il Tempo, che per me è una sorta di corda che si attorciglia e si annoda, mi fa scoprire la figura di tale Giovanni Vincenzo Virginio, cui è dedicata questa minuscola via. Egli era un cuneese, nato nel 1752, di buona famiglia borghese; morì in miseria nell’ospizio dell’Ordine Mauriziano nel 1830. La sua disgrazia fu quella di aver sperperato ogni sua risorsa, denaro e salute, cercando di convincere piemontesi e italiani, ancora disuniti, che in giro per l’Europa un tubero miracoloso e dal sapore buonissimo stava risolvendo i tragici problemi di carestia, dovuti agli anni di devastazione causati dalle guerre napoleoniche: la patata! Dovette arrendersi e morirne prima di vedere i suoi sforzi premiati: eppure era l’acqua calda, come spesso capita.

A ogni modo, a La Tana del Re ho conosciuto Amid, uno dei responsabili che cura la sala: un iraniano che si è messo in società con una famiglia di salernitani e un cuoco di Cava dei Tirreni; tutti insieme hanno la bella trovata di far conoscere ai torinesi i pregi del territorio del Cilento. La cantina, assai ben fornita, è curata da Matteo che è uno storico – specialista del Rinascimento – con una sana  (puntualizzo: sana)  passione per il vino. E bene ho bevuto, quella sera! In primis la Giuàna di Luigi Vietto, un vino bianco da uve Nascetta, vitigno autoctono di Novello: una sorpresa di minaralità assai peculiare. E poi, altra sorpresa, un altro autoctono di Colombera – Colli Tortonesi – il Suciaja, una sorta, a quel che mi dicono, di clone di Dolcetto: vino speziato, di buon corpo, con naso e palato di assoluta particolarità; uno di quei vini che ti sorprendono perché non sono assimilabili a nessun altro (forse qualcosa di lontano può ricordare il Pelaverga). Buoni i ravioli con ripieno di salsiccia di bufala (con i fagioli di controne di Michele Ferrante, presidio Slow Food), l’agnello e, eccezionali, i salumi (salumificio Gioi, altro presidio). Da segnalare che è forse l’unico ristorante in Piemonte che tratta la colatura di alici di Cetara (Cetarii): prodotto di eccezionale pregio. Soltanto un inconveniente (che succede quando deve succedere): il giorno appresso mi sono accorto di aver bevuto un po’ troppo. Ma è per davvero un inconveniente?