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Duonnu Pantu sul letto di morte

Questa è una delle mitiche storie che mio padre soleva raccontare sul Prete Poeta e porcellone.

Le fonti storiche dicono che egli morì intorno ai trentasei anni, più o meno, ma l’immagine che io ricordo dal racconto era quella di un vecchio in agonia, steso sul letto e circondato da prefiche e beghine, vecchie e giovani, piangenti, preganti, supplicanti e nerovestite.

Non è diffide immaginare che il Prete morente, avendo per fine quello di procedere al bene delle proprie parrocchiane – com’ebbe egli stesso a mettere chiaro e forte in versi -, non solamente le avesse tutte comunicate e confessate e benedette: certo i conforti, con tutte – belle e brutte, giovani e vecchie, grasse e magre, sposate vedove e zitelle – dovevano essere stati totali, senza risparmio e senza requie, a ogni ora del giorno e della notte, in ogni luogo dove l’impellenza del momento ne dettasse l’urgenza.

Quando s’era ormai quasi alla fine e il morente pareva non dare più segni di vita, a una delle povere devote piangenti e sconsolate capitò di non trattenere un filo d’aria…

Mio padre non seppe mai specificare se ci fu effetto sonoro o se il soffio interessò le nari dell’assemblea vegliante: questo particolare è avvolto nel mistero.

Fatto si è che la faccenda produsse il miracolo di risvegliare improvvisamente il Poeta morente.

Gli occhi chiusi, certo, ma il volto si sciolse come in un vago, impercettibile compiacimento e, in un sussurro appena appena udibile, egli farfugliò:

“Chi è che mi chiama con questa vocina suadente e sensuale. Chi è che mi vuole.

Chi è che mi anela…..”

Furono le sue ultime geniali parole.

Mi ricorda il testamento di Abu Nuwas: seppellitemi, dice, vicino alle vigne e alle cantine, così che possa sentire, quando si pigia l’uva, il calpestio dei piedi – è il momento in cui nasce il vino.

E mo chi sì Puetune, anzi Puetazzu,

Famme na rima a stu grupu de culu,

E nu suniettu a stu curmu de cazzu.

(Da Suniettu, di Duonnu Pantu alias Domenico Piro)