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Il vigneto di Pompei di Mastroberardino

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L’appuntamento annuale che si svolge, ormai per tradizione più che decennale nella metà del mese di novembre, a Paestum e dedicato al mondo affascinante dell’archeologia, costituisce da sempre per me occasione di nuovi incontri, nuove conoscenze, stimoli importanti.

L’edizione scorsa, partecipando giovedì 13 novembre al convegno:”Antichità e turismo enogastronomico: gli archeologi della vite e del vino”, ho avuto modo di conoscere il Prof. Piero Mastroberardino.

Persona di grande cultura e grande fascino: attuale Presidente dell’azienda Mastroberardino, nonché Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Università degli Studi di Foggia – già dal 2001 -, impegnato in Confindustria, più volte consulente per conto del Ministero delle Politiche Agricole, è anche un appassionato sportivo, essendo il golf la sua disciplina (chi mi conosce ben sa che considero questa attività poco sportiva e molto ludica, considerando io lo sport espressione di scontro, fatica, sudore, sofferenza, dolore….ma sono considerazioni per certo assai personali e non per necessità condivisibili).

Nel corso del convegno il Prof. Mastroberardino ha illustrato la magnifica iniziativa che la sua prestigiosa azienda ha intrapreso nel 1996, su incarico della Soprintendenza Archeologica di Pompei: il ripristino sperimentale di alcuni vigneti che per certo erano coltivati all’interno della cinta muraria della città e di cui l’eruzione del 79 d.C. ha conservato tracce importanti.

Per una superficie totale di circa 1 ettaro, 5 vigneti – Oste Eusino, Casa della Nave Europa, Osteria del Gladiatore, Foro Boario, Casa del Triclinio Estivo – sono stati impiantati con i vitigni autoctoni Piedirosso e Sciascinoso, usando le stesse tecniche, accertate da importanti ritrovamenti e studi archeologici, di 2000 anni fa.

Gli studi sono stati condotti dallo staff del Laboratorio di ricerche applicate della Soprintendenza archeologica di Pompei. Il Laboratorio, istituito nel 1995 e diretto dalla biologa ambientale Annamaria Ciarallo, studia gli ambienti naturali del 79 d.C. dell’intera area vesuviana e si avvale della collaborazione di numerosissime Università italiane e straniere.
Dentro al vigneto del Foro Boario, il più grande, davanti alle rovine dell’anfiteatro e vicino alla palestra grande, si trova l’antica cella vinaria: un piccolo edificio con 10 doli interrati, grandi contenitori in terracotta dove avveniva il processo della vinificazione.

Nel 2001 si è avuto il primo raccolto con la prima vinificazione e l’affinamento in legno: 1.721 bottiglie di Villa dei Misteri, Pompeiano IGT rosso, uvaggio 90% Piedirosso e 10% Sciascinoso. Il vino è stato affinato per 12 mesi in barrique e per 6 mesi in bottiglia: è un vino di profumo ampio, complesso, intenso, speziato con note di frutti di bosco. Alla lingua risulta equilibrato, ben strutturato, avvolgente.

L’intera partita è stata battuta all’asta all’Hotel Cavalieri Hilton di Roma e i proventi sono stati interamente reinvestiti per il restauro dell’antica cella vinaria nel vigneto del Foro Boario.

Pur se notissima, necessita ricordare che l’Azienda Mastroberardino fu costituita già nel 1878 dal trisavolo del Prof. Piero, Cavalier Angiolo Mastroberardino, ma è certo che già dal 1750, almeno, la famiglia era già attiva nella viticoltura del posto.

E’ una grande azienda con circa 200 ettari di proprietà e altri 150 che conferiscono le uve, situati tra le province di Benevento e Avellino, con una zona importante posta sulle pendici del Vesuvio.

Inutile e pleonastico ricordare il Radici Taurasi DOCG, Il Fiano Avellino e il Greco di Tufo, entrambi DOCG; ultimo, solo in ordine di menzione, il Naturalis Historia Taurasi DOCG (il 2003 fu la prima annata che potè fregiarsi di tale marchio di qualità).

Ho un ricordo personale di quando, Amministratore Delegato di una importante azienda editoriale del settore ragazzi e anche Vicepresidente dei Giovani industriali della Confindustria di Torino, percorrevo quelle zone della Campania per lavoro e qualcuno dei miei collaboratori di allora, conoscendo la mia passione, mi faceva bere questi vini, deliziosi ma allora quasi esotici: grazieaddio, i tempi stavolta sono cambiati per il meglio!

Di seguito riporto alcune parole illuminanti scambiate con il Prof. Piero Mastroberardino.

Professore, quali sono le caratteristiche del suolo, in questo sito che definire atipico è solo un eufemismo, e che tipo di preparazione (scasso) è stato fatto?
È un suolo tipicamente vulcanico, sciolto, con pomici già a 30 cm dal piano di terra; non è stato possibile eseguire lo scasso, vista l’area archeologica, ma si è proceduto scavando delle trincee a mano prima della messa  a dimora.

Che tipo di sesto d’impianto avete scelto?
A densità elevata, con sesto 1,2 mt x 1,2 mt, come da ricostruzione a seguito degli scavi archeologici. È stato riprodotto il sesto d’impianto originario.


Che tipo di portainnesti sono stati usati, o le viti sono (come spesso sui terreni vulcanici e sabbiosi) franche di piede?
La quantità di argilla nel terreno è comunque in misura tale da consentire lo sviluppo eventuale della fillossera (l’afide è infatti stato riscontrato su foglie di viti americane presenti all’interno dell’area archeologica); il portinnesto maggiormente impiegato è l’SO4.


Che tipo di cura della vigna si è scelta e spero non usiate diserbanti.
Concimiamo ogni tre anni, il terreno è tenuto inerbito (in modo da limitare anche la vigoria delle viti), non si impiegano diserbanti, la lotta è del tipo integrata, le operazioni colturali sono ovviamente tutte manuali.

Fate diradamento?
La produzione dei vitigni Piedirosso e Sciascinoso non necessita di diradamenti poiché la fertilità delle viti è molto contenuta. Diverso è il caso dell’Aglianico, per il quale più recente è l’avvio della sperimentazione nel sito. Sull’Aglianico i diradamenti saranno effettuati secondo i protocolli che normalmente impieghiamo nelle altre nostre tenute.


Quando avviene la vendemmia?
Intorno alla seconda decade di ottobre.

Quali sono, più o meno, le rese e come si presenta l’evoluzione delle ultime annate?

Le rese delle ultime tre annate sono state abbastanza in linea, con quantità oscillanti dai 25 ai 30 quintali.


Mi vuol dire due parole a proposito del futuro del progetto?
Il progetto è in via di ampliamento, attraverso la concessione di ulteriori siti da destinare a futuri impianti di vigneto, puntando questa volta sul vitigno Aglianico.


Mi dica anche qualcosa sulla filosofia dell’azienda Mastroberardino circa la conoscenza e la cultura della vite.
Il nostro impegno plurigenerazionale è stato sempre dedicato alla salvaguardia, tutela e divulgazione della cultura delle varietà autoctone della nostra regione viticola, con particolare riferimento ad Aglianico, Greco, Fiano, Piedirosso, e altre varietà di minore rilievo ma di equivalente potenzialità qualitativa. Tale impegno ha consentito di creare le basi per un movimento della vitienologia campana che rappresenta oggi una importante realtà su base internazionale, riconosciuta come una delle zone in grado di esprimere le più elevate qualità di produzione. Ciò è anche dimostrato dagli importanti riconoscimenti della critica di questi anni, che, in particolare negli ultimi periodi, hanno portato i nostri Taurasi DOCG, il Radici e il Naturalis Historia, ai vertici delle graduatorie di gradimento da parte dei critici di settore italiani e internazionali. Tale coerenza di prospettiva di qualità territoriale ha anche contribuito a far percepire la classicità della marca Mastroberardino, che non è stata negli anni abbacinata da tentazioni modaiole, mantenendo il proprio rigore e rispetto dei valori della terra d’origine.

Professore, La ringrazio molto per la disponibilità e, augurando a Lei e alla sua Azienda di continuare su questa strada direi illuminata, spero che altre realtà produttive in questo settore decidano per il futuro di abbracciare con coraggio la scelta di investire in sperimentazione e cultura.

Vincenzo Reda