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GTT tennis: la cena sociale

Di sport ne ho fatto tanto: 40 anni di calcio dal nacg alla promozione, per poi finire in sfide assurde tra vecchie glorie che si pestavano come e peggio dei ragazzini; 10 anni ad altissimo livello agonistico di maratone e supermaratone; qualche anno passato a regatare nel Tirreno con il 47 piedi Josette di mio cognato; tanti anni di tennis non troppo seri, almeno fino a qualche tempo fa. In nome dello sport mi sono rotto più volte le costole, un dente, il coccige (che dulur!), un piede e mi mancano 3 menischi. Oggi, superati i 50 da qualche anno e superati altri malanni di quelli brutti, gioco soltanto più a tennis, ma in maniera seria: non più agonistica (quel che ho fatto basta e avanza), ma con ragazzi giovani che invece i tornei li fanno a buon livello (la media è una buona 4° con qualche 3°). Da qualche anno gioco più spesso con il mio maestro storico Gianni (le smorfie le ho messe apposta, così mi vendico della fatica che mi spreme in campo) e il livello s’è alzato di molto. Anche le smorfie di Roberto, che dirige il circolo, le ho lasciate: per divertimento. Il Cral del Gtt (in via Avondo, 26) ha due meriti particolari: il primo è che si insegna il tennis ai disabili, e questa è una gran cosa; il secondo è che c’è un buon ristorante, “Il capolinea del Gusto”, in cui si mangia bene spendendo poco…e se lo dico io, ci si può credere: consiglio una prova, anche il vino è più che decoroso (si spendono 15/20 €!). Comunque, mi piace mettere su questo sito le immagini della nostra cena sociale: è una delle innumerevoli che si fanno di questi tempi e, in genere, sono sempre rilassanti e anche divertenti.

http://www.cralgtt.it/attivita/sport/tennis/51_gestione-campi-tennis.html

http://www.cralgtt.it/attivita/bar-ristorante-via-avondo-26/505_il-capolinea-del-gusto.html

 

Andre Agassi, Open

«…E’ di nuovo Wimbledon secondo atto. Ma questa volta non penso a Pete. Non guardo avanti. Sto dietro a Becker ed è giunta l’ora; la mia concentrazione è così intensa da farmi paura. Un amico mi chiede se non provo l’impulso anche minimo, quando c’è qualcosa di personale con un avversario, di lasciare la racchetta e  saltargli alla gola. Quando provo del rancore, quando non corre buon sangue, non preferirei chiarire la faccenda con qualche buon round di vecchio pugilato? Gli rispondo che il tennis è pugilato. Ogni tennista, prima o poi, si paragona a un pugile, perché il tennis è boxe senza contatto. E’ uno sport violento, uno contro l’altro, e la scelta è brutalmente semplice quanto sul ring. Uccidere o essere uccisi. Sconfiggere o essere sconfitti. Solo che nel tennis le batoste sono più sotto pelle….Detto questo, sono pur sempre un essere umano. Perciò, prima di entrare in campo, quando Becker e io percorriamo il tunnel, dico all’addetto alla sicurezza, James: Tienici divisi. Non voglio questo fottuto tedesco davanti agli occhi. Credimi, James, è meglio che non me lo fai vedere. Becker prova gli stessi sentimenti. Glielo leggo in faccia». E’ della semifinale di Wimbledon 1995 che si sta trattando: vincerà Agassi 7-6, 7-6, 4-6, 7-5. Poi perderà una delle sue tante sfide in finale con il suo amico, l’immenso Pete Sampras.

«...Vado a Montreal e mi faccio strada con le unghie e con i denti sino alla finale contro un ragazzino spagnolo di cui tutti parlano. Rafael Nadal. Non riesco a batterlo. Non lo capisco. Non ho mai visto nessuno muoversi in quel modo su un campo da tennis

«...Federer scende in campo che pare Cary Grant….Al tie-break va in un luogo che non riconosco. Trova una marcia che gli altri semplicemente non hanno. Vince 7-1. Ormai va tutto a catafascio. I miei quadricipiti urlano. La mia schiena ha chiuso i battenti per la notte. Non sono più lucido. Mi viene ricordato quanto possa essere ridotto il margine su un campo da tennis, quanto sia limitato lo spazio tra la grandezza e la mediocrità, tra la fama e l’anonimato, la felicità e la disperazione. Stavamo giocando un match serrato. Eravamo in perfetta parità. Adesso, per un tie-brak che mi ha lasciato a bocca aperta per l’ammirazione, è la disfatta. Avvicinandomi alla rete, sono sicuro di avere perso con il migliore, con l’Everest della prossima generazione. Compatisco i giovani che dovranno battersi con lui. Compatisco il giocatore destinato a essere l’Agassi di questo Sampras. Anche se non lo cito per nome, Pete è in cima ai miei pensieri quando dico ai giornalisti: E’ semplicissimo. La maggioranza delle persone ha dei punti deboli, Federer non ne ha.» E’ la finale degli Us Open 2005. Agassi si ritirerà l’anno successivo, dopo un match vinto contro un giovanissimo Baghdatis agli Us Open 2006 e raccontato nel primo capitolo di questo libro.

Scritto benissimo  – l’autore vero, come con franchezza scrive Agassi nei ringraziamenti, è il premio Pulitzer J.R. Moehringer – e tradotto altrettanto bene, è uno dei migliori libri di sport che ho mai letto (insieme a Il più grande di Alì/Clay). Franco, quasi crudo: sono più le sconfitte di cui si parla che non le vittorie. Un libro anche per non tennisti, anche per non sportivi. Lo raccomando con convinzione: sono 500 pagine che si leggono quasi d’un fiato. Einaudi Stile Libero, 20,00 €.

P.s.: terminando di leggere questo bel libro, ho inaugurato la mia nuova racchetta, una Wilson K Blade 98, con cui ormai gioco alla pari con i 4/3, 4/4 di vent’anni più giovani…Mica male, no?

 

Francesca Schiavone al Pastificio Defilippis

Francesca Schiavone, oggi tra le prime dieci migliori giocatrici di tennis del mondo, vincitrice al Roland Garros nel 2010 e finalista quest’anno, è senz’ombra di dubbio la più grande tennista italiana di tutti i tempi. Unica a aver vinto un torneo del grande slam (tra i maschietti soltanto Nicola Pietrangeli, due volte, e  Adriano Panatta hanno saputo fare altrettanto) è una milanese, nata il 23 giugno (segno del cancro) del 1980 da un incrocio nord-sud: il papà è di origini irpine, emigrato al nord giovanissimo, negli anni Sessanta; la mamma è bresciana. In casa si mangia molto nord (comandano sempre le donne, com’è scontato…) e poco sud. Francesco Schiavone, il papà, mi conferma che le tradizioni gastronomiche dell’avellinese sono state dimenticate: certo, si cucina la parmigiana, ma prevale la polenta….

Francesca è una ragazza minuta e di persona è assai più dolce, nei lineamenti, di quanto la sua grinta leonina (è detta “la leonessa”) trasmetta nelle immagini mediate di filmati e fotografie. E’ anche una persona che si dimostra franca, trasparente e abbastanza disponibile (faccende rare anche tra gli sportivi, tra i quali in genere prevale la spocchia). E’ una cittadina del mondo, portata a viaggiare spesso e ovunque appresso alle incombenze della sua attività. Ma le piace mangiare, tanto, e non ha problemi di peso. Mi dice: «Sto imparando, con l’avanzare dell’età, che quel che più conta non è tanto la quantità, ma la qualità»! Certo, ovvio per noi che ci occupiamo di cibo. Ma Francesca è una tennista in giro per il mondo a fare a pallate con chi le mettono di fronte: la qualità del cibo è l’ultima delle faccende di suo interesse….Il papà mi conferma che più il tempo passa e più la Francesca è felice di tornare in Italia. Certo che al Pastificio Defilippis, proprietà della famiglia Damilano, si è trovata assai bene. Era a Torino per una premiazione allo Sporting Club, testimone dell’acqua Valmora (altro brand della famiglia Damilano); mi sono fatto fare una dedica, sopra un tovagliolo di carta, per il mio circolo tennistico, il GTT.