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Rossese di Dolceacqua

Non ci sono in Italia tantissimi paesi che si identificano con un vino: mi vengono in mente Montalcino, Montefalco, Verduno, Castagnole Monferrato, Carema, Donnaz…e poi c’è Dolceacqua. Dolceacqua non è un paese, è un sogno: uno di quei posti che, avendo la fortuna di calpestarlo annusarlo osservarlo, ti chiedi: ma è vero o è un sogno? Non esagero, in maniera semplice descrivo le mie sensazioni, magari elementari, magari ingenue. Ma sono le mie, piaccia o meno. Non mi perdo in descrizioni superflue, pleonastiche, retoriche: andateci e capirete. Per chi già ha avuto questa ventura, ogni parola è superflua.

Occorre ricordare comunque alcune faccende: il paese è di origine medievale – pur se le caratteristiche del posto fanno supporre un’antropizzazione di epoca preistorica (vedi i vicini Balzi Rossi) e senza soluzione di continuità – e si presenta con due caratteristiche ben distinte, separate dal torrente Nervia: il Castello, la parte alta e più vecchia; il Borgo, la parte in pianura più recente (sec. XV). Il ponte Vecchio, in pietra e con una luce di 33 mt., è di fascino straordinario cui non resistette Claude Monet che lo dipinse negli anni intorno al 1880. Bisogna menzionare la Festa della michetta (un dolce tipico) che si tiene il 16 agosto e che ricorda la rivolta popolare del 1364 contro il tiranno Imperiale Doria: quella rivolta pose fine al tristo costume dello jus primae noctis.Dolceacqua è un paese di circa 2.000 anime.

E poi c’è il Rossese. Il Rossese di Dolceacqua, una Doc minuscola (circa 1.500 hl. di produzione media) per uno di quei vini che non puoi che bere nel posto in cui vengono prodotti: il Rossese ti costringe a recarti a Dolceacqua, altrimenti rischi di bere un vino che Rossese vero non è.

Ho scelto il Wine Bar Re, in uno dei magnifici carrugi medievali del Castello, per dare vita alle mie degustazioni; guidato dal prezioso e disponibile Matteo in un contesto che migliore non poteva essere, avendo incontrato uomini e storie che aiutavano a entrare in intimità con il Luogo e dunque con il vino.

Il Rossese è un vino non molto acido, scarico di colore, con pochi tannini (il disciplinare prevede un’acidità totale minima di 4,5° e un residuo secco di 23 gr/l) che offre al naso intensi profumi florali che, in certi cru e con l’invecchiamento (purtroppo raro, perché di vino ce n’è poco e in genere viene esaurito nel corso dell’annata), si trasformano in profumi di frutta di bosco e ciliegia matura. In bocca è un vino grasso, morbido, sensuale e lungo con una persistenza che lascia una sorta di netta impressione amarognola e finemente speziata.

Ne ho bevuti da 6 bottiglie diverse e 5 produttori (avevo già avuto modo di assaggiare quello di Mauro Feola): Ka’ Mancine’ (Beragna e Galeae 2009), Terre Bianche 2009, Foresti 2008, Maccario 2009 e Altavia 2007. Tutti vini corretti, compresi tra i 12,5° (Beragna) e i 14,5° (Maccari). A me piace essere schietto e non ricorrere a giri di parole, non dovendo rendere conto che alla mia esperienza: quelli che mi sono piaciuti di meno sono i Rossese di Feola e il Foresti (guarda caso con 6 mesi di barrique, comunque ben dosata). I due che mi hanno lasciato un’impressione straordinaria sono il Galeae 2009 e l’Altavia 2007. Il secondo un gran vino che rende l’idea di quanto possa crescere un buon Rossese cui si permette di invecchiare per qualche anno: vino importante, di grande intensità, più carico di colore rispetto ad altri, molto persistente e di elegante sensualità: morbidissimo (13°).

Ma quello che per davvero mi ha lasciato l’impressione migliore è il Galeae 2009. Impressione confermata da una bottiglia aperta a Torino e bevuta con calma, per molte ore di seguito: un vino di 14° che ha una struttura, un’equilibrio, una ricchezza di profumi e sapori direi unica: infatti, come mi succede sempre per i vini che amo, lo bevo fuori pasto, da solo: per onorarlo come merita e farmi onorare da lui come merito.

I vini li ho poi comprati presso l’enoteca Re con l’assistenza di Maresa Bisozzi, una persona gentile, disponibile e competente (anche assai conosciuta e da tutti apprezzata): mi ha fatto omaggio, non richiesto ma assai gradito, di una bottiglia di ottimo olio ligure. Grazie a Matteo, a Federica, a Maresa, a Josè Saccani (di cui tratto in un altro articolo). Grazie a Dolceacqua: ci saranno ritorni e ritorni.