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Libreria Il Banco a Torino

Libreria Il Banco – Via Garibaldi, 34 10122 Torino – Tel. 011 4369537 – ilbancotorino@libero.it

La libreria Il Banco, in via Garibaldi all’angolo con via Piave – a Torino – è la mia libreria di fiducia. E’ una delle poche librerie in cui si entra volentieri, essendo quasi parte della pedonale via Garibaldi; una delle poche librerie in cui si entra senza dover necessariamente avere un libro da comprare, anche per ciondolare, per oziare, per perdere tempo. Infatti, vi si incontrano anche vecchi e bambini: mica male, no?

Eppoi, i miei libri, vecchi e nuovi, sono sempre ben esposti, pur in magari in compagnia di volta in volta anche stramba…  Comunque, Mauro e Lina, insieme ai loro collaboratori, sono sempre disponibili a cercare e ordinare un libro magari non esposto o non in magazzino.

Lo sconosciuto, Torino on the road

Eccolo in queste immagini, Gaetano. Il protagonista di questo racconto, tratto dal libro Torino on the Road di Nico Ivaldi e Vincenzo Reda (Edizioni Il Punto-Piemonte in bancarella, Torino 2015).

 

«L’hai veduto passare stasera?

L’ho visto.

Lo vedesti ieri sera?

Lo vidi, lo vedo ogni sera.

Ti guarda?

Non guarda da lato

soltanto egli guarda laggiù,

laggiù dove il cielo incomincia

e finisce la terra, laggiù

nella riga di luce

che lascia il tramonto.

E dopo il tramonto egli passa.

Solo?

Solo.

Vestito?

Di nero è sempre vestito di nero.

Ma dove si sosta?

A quale capanna?

A quale palazzo?

La lirica qui sopra, di Aldo Giurlani – conosciuto dai più come Aldo Palazzeschi – è stata composta nei primi decenni del secolo scorso: uno sgangherato e improbabile figuro, che spunta tutte le sere verso le 18 dai portici di piazza dello Statuto e imbocca a passo svelto la via Garibaldi, pare quasi appropriarsene a pieno titolo.

[…] succede ogni tardo pomeriggio, estate e inverno, che piova che nevischi che il sole si attardi ancora a riscaldare le nostre anime: annunciato da una canzone sparata a tutto volume, spunta dall’angolo sinistro, sotto i portici guardando la piazza dalla via Garibaldi, un omino spelacchiato che pare sortito dalle fantasie nordiche di Tolkien.

Non arriva a toccare il metro e mezzo, è di quelli magri per missione: fuori e dentro; i radi capelli sono bianchi lunghi e stopposi; veste dei jeans larghi e lisi con sopra in genere una camicia e ai piedi grandi scarpe sportive chiare. L’incarnato è scuro, i lineamenti della faccia sono delicati con lo sguardo vigile e forse gli occhi pungenti.

Potrà avere cinquant’anni mal portati, o sessanta portati così così e, addirittura, settanta quasi buoni. Chissà.

Ma è quella benedetta appendice che trasporta sulla schiena che fa la differenza: uno zaino, non sempre dello stesso colore, che ai lati possiede due diffusori acustici da cui escono a tutto volume note delle canzoni degli anni Sessanta. E sono canzoni di tutti i generi, sempre italiane, a volte di quelle che tutti conoscono, a volte poco o punto sentite ma sempre di gradevole ascolto.

Con questo zaino acustico sulla schiena e sempre un sacchetto di plastica, di quelli voluminosi da supermercato, in mano a passo sveltissimo, con andatura quasi concitata imbocca la via Garibaldi. E non alza lo sguardo verso nessuno.

Tutte le sere.

E poi, dopo una mezz’oretta, lo si vede ritornare e svanire, di dove era venuto, sotto i portici di piazza dello Statuto.

Chi è, di dove viene, dove va; perché le canzoni degli anni Sessanta, perché a tutto volume; perché sempre lo stesso percorso e sempre lo stesso orario…

Sono almeno un paio d’anni che questa storia si ripete.

Forse basterebbe fermare un momento quel suo veloce procedere e rivolgergli delle domande, domande che potrebbero essere lecite, accettabili, sopportabili.

O invece è meglio così: non sapere nulla, non indagare; lasciare questa storia sospesa e immaginarne tutti i possibili risvolti formulando le ipotesi quelle più impensabili; e continuare a elaborare congetture: è piemontese, è sposato, ha figli, è povero, è ricco, è uno squilibrato, è uno snob, è un semplice appassionato delle canzoni degli anni Sessanta…

Chissà».

Giancarlo Cara e il suo Centralino

Il testo qui sotto è tratto dal libro Torino on the Road (Il Punto, Piemonte in bancarella, 2015, Torino). E’ il ritratto che ho scritto per il mio amico Giancarlo Cara.

«Poi, e siamo nel 1977, a Torino succede un fatto storico che cambierà in maniera epocale l’orizzonte dello spettacolo italiano. E non è un caso che succeda proprio a Torino, proprio in quegli anni bui del terrorismo e delle tremende lotte sociali; proprio alla fine di quei benedetti anni Settanta.

La Rai si decise finalmente a cercare strade alternative e a sperimentare nuovi generi di spettacolo fuori dei soliti canoni ancora legati a decrepiti schemi teatrali: è di Pippo Baudo l’idea di lanciare volti e talenti nuovi che possano essere inglobati in un contenitore senza presentatore che riunisca musica, ballo e cabaret. L’idea viene suggerita al dirigente Bruno Voglino che la fa sua e incarica Marcello Marchesi di occuparsi della ricerca di gente fresca e giovane. Marchesi però fallisce e gli subentra un giovane che risolve da par suo la situazione: si chiama Giancarlo Magalli.

La trasmissione viene titolata: Non Stop (Ballata senza manovratore); il regista è Enzo Trapani e vanno in onda 6 puntate, trasmesse dal 27 ottobre al 30 novembre 1977 e registrate negli studi Rai di via Verdi, a Torino.

In quella prima serie esordiscono in TV, tra gli altri: Massimo Troisi con La Smorfia, I Gatti di Vicolo Miracoli, Enrico Beruschi, Marco Messeri, Jack La Cayenne, Boris Makaresko…

“Arrivano una sera tre perfetti sconosciuti: si chiamano Massimo Troisi, Enzo De Caro e Lello Arena e mi chiedono di provare il loro numero che dovranno poi registrare in Rai. Mi sta bene, organizzo lo spettacolo immediatamente e faccio girare la voce tra amici. Si esibiscono in un numero da scompiscio, di quelli che oggi sono veri cult: davanti avevano un pubblico estasiato di… dieci spettatori”.

La seconda serie di Non Stop, altre 6 puntate, va in onda dal 28 dicembre 1978 al 1° febbraio 1979. Di questa seconda infornata fanno parte: Carlo Verdone, I Giancattivi (Alessandro Benvenuti, Athina Cenci e Francesco Nuti), Zuzzurro e Gaspare, Stefania Rotolo, Massimo De Rossi….

“In quel periodo ero un po’ come un fratello maggiore, li avevo tutti da me. Gli facevo da balia, quasi. Mi sono legato in maniera particolare a Carlo Verdone con cui è rimasta una grande amicizia anche se mi tocca di sopportare tutte le sue superstizioni, le manie, le medicine…”.

La stagione, magica e irripetibile, del Centralino dura dieci anni. Tra la tarda sera e la notte inoltrata, in quegli anni, in quel locale – unico per davvero e in tutti i sensi – si può incontrare la logorrea divina e straripante di Walter Chiari, la lucida intelligenza sicula di Pino Caruso, il talento primordiale e dirompente di un giovanissimo Piero Chiambretti che prova a fare i primi spettacoli con il suo ingombrante socio Erik Colombardo. E poi ancora: una abbagliante Anna Oxa nei suoi formidabili 20 anni, uno spaesato Abatantuono e un già diabolico Beppe Grillo e, sempre alle prime armi, Beppe Faletti, Teo Teocoli, Massimo Boldi, l’astemio (!!) Lino Toffolo… E sempre con gente come Gianni Basso, Franco Rava, Mondini e Cerri come degno contorno.

Stagione che si concluse verso la fine del 1985: dieci anni di magie ma anche di nessun ritorno economico; legate a quella decisione anche le conseguenze che il terribile evento del cinema Statuto aveva avuto sulle nuove regole che riguardavano la sicurezza dei locali pubblici, e il Centralino, per come era strutturato, qualche problema lo avrebbe avuto e dunque sarebbero occorsi degli investimenti che Giancarlo non poteva sostenere.

E allora si arrese a chi voleva fare di quel locale prodigioso una semplice sala da ballo o da…. banale sballo».

Torino on the road, again

Personaggi famosi e non; protagonisti delle nostre storie; presentazioni, interviste, amici….Insomma: Torino on the road!

https://www.vincenzoreda.it/torino-on-the-road/

https://www.youtube.com/watch?v=6smtAY8dXSI

Torino On The Road

(QUASI UNA) PREFAZIONE

L’hai incontrata una sera tardi per caso, era quasi anonima rispetto a tante altre che sfolgoravano le loro attrazioni accurate di smalti, fondotinta, ciglia finte, acconciature elaborate e piccanti scollature.

Ti ha colpito la sua semplicità e forse uno sguardo dalla profondità insondabile che ti ha scagliato addosso quasi con noncuranza: e quell’occhiata è stata come un colpo di zagaglia. E hai scommesso, al buio.

Al mattino presto la guardi mentre dorme a fianco a te e realizzi che quella scommessa scriteriata l’hai vinta. Pensi: che fortuna ho avuto, mentre segui il taglio delle sue labbra socchiuse e noti la bocca piccola, sensuale. E poi ti soffermi sugli zigomi e i capelli e quella pelle così liscia, senza trucchi, senza creme bugiarde che sanno mentire così bene nelle penombre rumorose delle sere e delle notti artificiose, false, poco credibili.

Notti affollate di mala gente in mali affari indaffarata.

E lei, invece, così bella al mattino.

E questa Donna come larga metafora di una Città che non sa portare trucchi e belletti e scollature vertiginose e acconciature studiate da parrucchieri barocchi.

Torino che è bella alle sette di mattina: con i rosa pallidi della giogaia delle montagne che la imbellettano di luce irreale.

Torino che rivela i suoi sguardi furtivi ma profondi che feriscono come lame assassine tra i portici e le prospettive di certe piazze e di certe vie.

Torino che parla lingue sconosciute dalle pietre antiche dei suoi palazzi che sembrano anonimi e invece raccontano storie inaudite d’amore, d’odio, di morte.

Storie che si rivelano a chi sa intendere le lingue che parlano le pietre.

E poi, tra quelle pietre, ecco spuntare fantasime, geni, jinn, folletti, spiritelli, forse financo putti.

E allora fluiscono racconti di vite sballate, di vite vissute fino all’ultima goccia, di vite gettate via, di vite impossibili, di vite svitate e riavvitate mille volte.

Ma bisogna frequentare posti strani o posti normali in ore strane; e ancora posti conosciuti in apparenza con persone strane che sanno scovare e dar voce a certi racconti altrimenti muti, incastrati nelle pietre che li custodiscono come ineffabili secondini.

Di queste voci, di questi racconti, di queste vite squinternate, di queste esistenze nomadi – nomadi nel tempo, nomadi nello spazio – questo libro è narrazione.

Narrazione appassionata, narrazione faticosa, narrazione estratta quasi a forza dall’oblio cui i Giusti, i Belli, i Colti, i Famosi, i Potenti avevano affidato il compito criminoso di occultare tra i portici, le strade, le piazze e i loro porfidi e i loro basalti.

E il portone atroce di questo oblio i nostri due eroi, senza macchia e senza paura, hanno avuto l’ardire di scardinare.

E l’hanno divelto semplicemente per amore, l’hanno sventrato con la forza immane che dà l’Amore.

L’amore per questa Città che sa parlare una lingua straordinaria che occorre prima imparare ad ascoltare e poi a capire.