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Provincialismo

È una parola orrenda; è un concetto orrendo.

Sta in posti antitetici rispetto a certe valli rinserrate dentro montagne inaccessibili: lì non c’è provincialismo, lì c’è territorio, amore del territorio, difesa del territorio, orgoglio del territorio.

Il provincialismo attecchisce, e vigoroso cresce, laddove la Storia, pur gloriosa, ha generato mostri di disaffezione, di pettegolezzo sterile, di amore, e odio al tempo stesso, verso tutto ciò che di fuori arriva senza marchi di particolare rilievo.

Mai felici della propria condizione, mai consapevoli dei propri valori, mai aperti ai messaggi esterni – se non riconosciuti e certificati, perché allora cambia tutto -, mai contenti di ricevere alterità, mai pacificati nel proprio modo di essere.

L’antitesi è Bruce Chatwin, quasi a suo agio ovunque e mai perfettamente a proprio agio in alcun posto.

L’antitesi sono certe valli valdostane o trentine, venete o dell’Alto Adige, del Friuli o certi paesini o isole della Sicilia: lì trovi l’orgoglio del territorio, lì trovi la gelosa custodia delle tradizioni, lì trovi muri complicati da valicare ma in cui rare feritoie, da cercare con tigna per uno estraneo, vengono seminate qui e là; se sei bravo, motivato, se ne capisci il senso più recondito, stai tranquillo, sarai accettato, sarai integrato, sarai parte della comunità, ovunque sia posto il tuo luogo di origine.

Ma te lo devi guadagnare, devi essere bravo, sensibile e motivato.

La difesa del territorio non è provincialismo.

Al contrario, lasciare il proprio territorio abbandonato alla mercè di ogni idiota suggestione imposta dalle mode, dai media, dai testimonial di nessuno spessore, di nessuna storia, di nessun valore: questo è provincialismo.

Non essere capace di godere dei valori della propria terra, non riconoscerne gli uomini validi per quello che sono e non per quello che altri dicono essere, aspettare trionfi attestati di lontano, attendere premi guadagnati altrove su palcoscenici ritenuti degni: tutto ciò è provincialismo.

Il disprezzo gratuito, il godere delle disgrazie altrui, il premiare ulteriormente i premiati dalle folle scervellate, il pettegolezzo esercitato per puro dileggio, il timore di esprimere giudizi netti prima che altri, ritenuti importanti, abbiano a pronunciarsi: tutto questo è provincialismo.

Dar retta a quello che dicono i giornali, le televisioni, facebook o youtube in modo acritico, consultare wikipedia senza confrontare le fonti, leggere i bestseller, andare appresso alle classifiche, alle hitparade, agli oscar, ai grammy, a come tira il vento: tutta roba che ha a che vedere con la faccenda del provincialismo.

Non esporsi è provinciale.

Non decidere è provinciale.

Non andare a votare perché tanto sono tutti uguali, oltre che qualunquistico, è provinciale.

E non parlo della grande provincia italiana, dei nostri inarrivabili campanili figli di un Medioevo che fu periodo ricchissimo eportatore di straordinari frutti; non parlo dell’Emilia o della Romagna felici, di Napoli che perdendo sempre riesce sempre a vincere; non parlo di Palermo in cui ogni forestiero viene considerato un barbaro, salvo accoglierlo sempre con grande educazione e civiltà e fornirgli sempre le chiavi per permettergli, avendone la volontà, di aprire la porta del proprio orizzonte, del proprio modo di vivere e di essere.

Parlo di certi posti del Veneto, delle Marche, del Piemonte, del Lazio, della Puglia, della Calabria.

Per certo la Sardegna non è Terra provinciale.

Per certo Roma e Milano non sono provinciali.
Grandi dubbi al contrario mi sorgono nelle Terre, pur gloriose, della Toscana: spesse volte non riesco a discernere se sono alle prese con il provincialismo o solo con l’ottusità, l’arroganza e l’ignoranza di genti costumate a tenere rapporti schizofrenici con i propri vicini e gli stranieri.

Un vero dilemma: come Firenze, irrisolvibile.

Altra storia Siena, altra faccenda Arezzo; stesso meccanismo Livorno e La Spezia e Pistoia. Mentre mille miglia lontana Lucca e altrettanto Grosseto; tremendo come invece il provincialismo regna sovrano in uno dei più bei posti del mondo come l’isola d’Elba: ma la sua storia è una storia di minatori sfruttati per due millenni e mezzo….

Eppoi, mi duole tantissimo affermarlo: Torino, il simbolo sommo del provincialismo, e lo dico rischiando io stesso d’esser provinciale.

Lo dico con la morte nel cuore.

Lo dico consapevole di rendermi nemici gli sterminati eserciti di provinciali opliti torinesi: ma sono consapevole di dover guadagnare altrove i miei meriti per essere considerato un torinese degno.

Così va in quest’angolo di un angolo periferico di galassia.

Vincenzo Reda, aprile 2009