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‘A VITA: la rinascita del Cirò

Il mandante è sempre lui: Vincenzo Munì, piemontese di origini meridionali, enologo esperto di vini biologici e biodinamici. A lui devo la conoscenza dei Cirò sensazionali di Giuseppe Ippolito e a lui devo la conoscenza di questa, piccola ma di estremo interesse, realtà produttiva cirotana.

Francesco De Franco esercitava la professione, ben pagata, di architetto in quel di San Marino. Fu folgorato sulla via del Cirò, credo senza rovinose cadute da cavalli, si prese una seconda laurea in enologia nel prestigioso istituto di Conegliano e atterrò nelle terre dei suoi avi a ripeterne l’antico mestiere: produrre ottimi vini. Trascinò con sé e con la sua passione la compagna, friulana, Laura.

Francesco appartiene a un piccolo nucleo di giovani che si sono invaghiti delle straordinarie potenzialità del Gaglioppo e delle terre baciate dalle calde brezze dello Ionio intorno a Cirò: rappresentano oggi la nuova frontiera di questo antico, elegante, straordinario vino.

Innanzi tutto, prima di tutto: la vigna! Diffidate di quei produttori che parlano soltanto di cantina e dei loro vini: c’è qualcosa che non quadra; invaghitevi di quelli che vi aspettano con ansia e vi fanno apparentemente perdere tempo mostrandovi le loro vigne, magari girando per sentieri malandati con trappole meccaniche sporche di terra e male in arnese. Sono questi i produttori cui prestare attenzione.

Francesco mi aspettava per mostrarmi le sue vigne del Vallo: U Vallu, una valle scavata dal torrente Lipuda, situata tra Cirò e Torre Melissa che pare una piccola Langa, ovviamente, un poco meno verde, ma non poi così tanto poco. Sono terre pleistoceniche, non troppo profonde e ricche di argilla e limo con poco scheletro. Le sue vigne, pochi ettari, le tiene come gioielli e le cura con tecniche bio certificate. In cantina arriva un frutto perfetto che viene vinificato in maniera tradizionale, con macerazioni di pochi giorni e lungo affinamento. Senza chiarifiche e filtrature.

Qui si parla la lingua del Gaglioppo in purezza: un idioma che restituisce freschezza, franchezza, colori scarichi, sentori complessi e tannini raffinati. Vini che  a lungo permangono in bocca e in gola. E, ultima considerazione ma certo non di poco conto: rapporto qualità-prezzo straordinario (sempre meno di 15 € a scaffale per vini davvero grandi)

Ne ho bevute tre bottiglie: Rosso Classico 2010, Rosso Riserva 2008 e il Rosso F36P27 2008. Vini senza alcun dubbio al vertice delle rispettive tipologie e con la costante caratteristica della pulizia e dell’eleganza di cui è capace l’uva Gaglioppo quando a coltivarla, a spremerla e a fermentarla è un artigiano innamorato che lavora con coscienza e soddisfazione.

Chiaro che in futuro seguirò con estrema attenzione i vini di Francesco De Franco: per i suoi meriti, per la sua passione ma anche per i legami forti e radicati che ho con questa Terra, la mia.

http://avitavini.blogspot.it/

In difesa del vino Cirò.

Ricevo da Giuseppe Marino e sposo immediatamente la causa (oltretutto, Giuseppe, che non ho il piacere di conoscere, porta lo stesso cognome di mia madre, nata a Cirò Superiore e sorella di gente che del vino Cirò si è sempre occupata), anche ricordando il mio Maestro Luigi (Gino per gli amici) Veronelli che scrisse pagine memorabili sul Cirò e su Torre Melissa.

“L’attuale disciplinare del Cirò prevede l’utilizzo del Gaglioppo nella misura minima del 95% e del Greco Bianco o Trebbiano per il restante 5%. Nella proposta di modifica avanzata dal Consorzio di Tutela del Cirò e Melissa si prevede la possibilità di utilizzare oltre al Gaglioppo tutte le varietà a bacca rossa autorizzate dalla Regione Calabria nella misura massima del 20%. Tra queste varietà sono presenti vitigni internazionali quali  Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot che nulla hanno a che vedere con la tradizione vitivinicola del Cirò. Bisogna chiarire subito che la denominazione di origine (DOC) è un bene collettivo. Un bene pubblico e proprio per questo normato da apposite leggi dello Stato. La DOC infatti rappresenta il vino di un territorio delimitato ed esprime le caratteristiche di tipicità di quel determinato “terroir”. Queste caratteristiche includono, oltre alle condizioni pedoclimatiche, la storia, la tradizione e la cultura vitivinicola di un territorio, definendo l’identità del vino prodotto in quel territorio, in questo caso del Cirò, come prodotto unico ed irripetibile. L’utilizzo di varietà internazionali (in quantità rilevanti come proposto nella modifica) porta ad uno svilimento dell’identità territoriale e all’omologazione del prodotto. Perché allora un consumatore del nord Italia o estero dovrebbe ricercare il Cirò se le sue caratteristiche sono simili a mille altri vini? Perchè dobbiamo decirotizzare il Cirò? Perchè dobbiamo parificare la DOC Cirò alle IGT presenti sul territorio? Perché centinaia di produttori devono rinunciare alla loro identità di Cirotani? Oltretutto per rispondere ad una presunta esigenza di mercato e di gusto globalizzato, le aziende vitivinicole dispongono già delle denominazioni IGT, che prevedono ampiamente l’uso di varietà internazionali. La globalizzazione può rappresentare un’opportunità se permette la conoscenza e il confronto di prodotti e culture differenti, è deleteria invece se propone l’appiattimento dei valori e la perdita di identità. Si può e si deve ri-guardare il territorio: averne riguardo e tornare a guardarlo; riallacciare con il presente saperi sapori e risorse del passato, senza nostalgie, permettendo una continuità con il futuro.”

Firmiamo in difesa dell’identità del Cirò e di chi sa berlo con la sardella o rosamarina:

http://www.firmiamo.it/indifesadellidentitavinociro