Posts Tagged ‘Verdicchio dei castelli di Jesi’
Villa Bucci

Sul mio ultimo libro, Di vino e d’altro ancora, in un capitolo dedicato al Verdicchio dei Castelli di Jesi ho scritto:

«… Certo di acqua sotto i ponti, dalla bottiglia etrusca disegnata dall’architetto milanese Maiocchi nei Cinquanta, tanta ne è passata: oggi le tecnologie permettono un controllo e una pulizia maggiore sia in vigna sia, soprattutto, in cantina.

Ho bevuto – non amo il verbo degustare – scegliendole personalmente, sei bottiglie di produttori diversi e annate comprese tra il 2006 e il 2008, alcuni di questi vini sono stati invecchiati in barrique, altri hanno visto soltanto acciaio. Quasi tutti sono stati vendemmiati tardivamente, alcuni con la presenza già di muffe nobili.

Sono tutti vini più che eccellenti (vedi schede).

Personalmente ho trovato sensazionali il Villa Bucci Classico Riserva 2007 e il Garofoli Classico Superiore Podium 2008: vini lunghi, con quella caratteristica mandorla amara che ti accarezza il palato e poi tutti i sentori di frutta bianca (ognuno può divertirsi a scoprire banane, ananas, mele, ecc.) e miele; buona acidità, mai alta in questi vini e anche mineralità; alcol sempre sopra i 13,5%vol. che non aggredisce il naso.

Vini grassi di gran corpo che possono accompagnare non soltanto roba di mare; vini che io amo bere anche solitari e solitario: quando il bere diventa un rito per soddisfare soltanto sé stessi, certi sé stessi molto esigenti e esclusivi.

VILLA BUCCI

Riserva 2007.

Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Riserva.

13,5%vol.

15.000 bottiglie in vigneti di 40 anni.

Riserva millesimata prodotta soltanto in annate particolari. Affinamento: almeno un anno e mezzo in botti di rovere di Slavonia da 50 e 75 hl.; almeno un anno in bottiglia prima dell’inizio della vendita.

Il Villa Bucci è un bianco con caratteristiche da rosso e come i rossi deve essere trattato: a temperatura non troppo fredda, possibilmente con la bottiglia aperta almeno mezz’ora prima. Infatti il vino, affinato a lungo in botte e bottiglia, modifica la struttura dei profumi che da primari di uva e fiori, diventano secondari e terziari: spezie, erbe aromatiche, officinali, minerali, ecc. Come avviene per i vini rossi questi odori per aprirsi hanno bisogno di respirare, e il freddo li chiude».

Ho bevuto e gustato di recente, dopo la mia lezione a Eataly in conclusione della quale abbiamo offerto i vini di Villa Bucci al pubblico, tre bottiglie di questo produttore marchigiano: Verdicchio Bucci 2012, Villa Bucci Riserva 2009 e Villa Bucci Rosso 2006.

I primi due sono spremuti da uve Verdicchio in purezza, 13,5% vol., colore giallo paglierino con riflessi dorati entrambi. Qui siamo al cospetto di vini che esprimono umori di vigne assai vecchie, e si sente: a prescindere dal differente livello dei due Verdicchio, si percepisce un’austerità, un’eleganza e una complessità che li accomuna e li distingue da tutti gli altri, pure ottimi, Verdicchio di Jesi marchigiani.

Mi pare che il millesimo 2009, rispetto al 2007, abbia dato risultati  più complessi: questa Riserva è destinata a migliorare ancora per qualche anno e magari a insidiare il mito del millesimo 2004…

Gran sorpresa mi ha riservato il Villa Bucci Rosso 2006: non conoscevo i rossi di Ampelio Bucci e ho scoperto di aver perso molto probabilmente delle buone occasioni. Questo rosso (70% Montepulciano e 30% Sangiovese) di 13,5% vol. presenta un bel colore rosso rubino caldo, naso di frutta rossa matura e palato di grande morbidezza: è un vino largo, sensuale, con un lungo finale gradevolmente abboccato. Devo dire che proprio mi è piaciuto tanto: pur lontanissimo, nelle caratteristiche organolettiche, dai  miei amati vini  figli delle uve Nebbiolo. Ma ogni tanto fa bene cambiare e in Italia non abbiamo che l’imbarazzo della scelta.

Una nota: mi piacciono le etichette dei vini Bucci. Mi piacciono perché sono eleganti e essenziali come i vini che raccontano. Nel mare di gran cattivo gusto che imperversa nel campo delle etichette italiane del vino mi pare un gran merito: l’etichetta – come dico sempre – prima di reclamare stucchevoli pretese artistiche, dev’essere chiara, essenziale e saper raccontare il vino che gli sta dietro. E parla un artista, anche.

Per concludere, a chi volesse approfondire la conoscenza di questa magnifica cantina marchigiana – oltre che invitare a berne i deliziosi vini, pare ovvio – consiglio la lettura dell’ultimo libro di Oscar Farinetti: una delle famose 12 storie di coraggio riguarda proprio Ampelio Bucci….

Colonnara

«Ricordi quanto scriveva l’anno scorso Daniela Sorana, responsabile marketing della Colonnara? “Era il 1805 quando il grande musicista Gaspare Spontini assaporava nella sua dimora di Maiolati le prime bottiglie di spumante marchigiano. Bollicina d’annata che, ad occhio e croce, hanno quasi cinquant’anni di storia in più rispetto a quelle maggiormente celebrate dai fratelli Gancia, datate 1851…”. Le chiedevo la conferma di un documento.

“Il monaco benedettino Francesco Scacchi dà documentazioni certe nel suo ‘Del Bere Sano’, Napoli 1623”. È vero: l’antica spumantistica marchigiana precede Don (sic) Perignon. (L.V.)».

Queste sono le parole di Luigi Veronelli a chiosare la recensione dei vini della cooperativa Colonnara nell’edizione 2004 della sua guida (purtroppo, soltanto un anno appresso Gino toglieva il disturbo…).

In questo torrido giugno, di ritorno dal Sud, visito finalmente questa cooperativa di circa 110 soci per oltre un milione di bottiglie di vini, spremuti da 120 ettari poggiati sui dolci declivi della destra orografica dell’Esino.

Questa mia visita è stata resa possibile per due motivi importanti: la conoscenza di Agostino Pisani, grazie a Kirsten e Thomas Weydemann della Fattoria Serra San Martino e, soprattutto, per le parole di grande apprezzamento che avevo sentite qualche tempo fa pronunciare da Franco Ziliani. Devo precisare che non ho rapporti di particolare simpatia con Ziliani, ma ne ho grande stima per la competenza professionale e, di più, per l’onestà e la coerenza intellettuale.

Cupramontana è un paese posto a 500 mslm in provincia di Ancona, quasi equidistante dalle calde brezze dell’Adriatico e i venti freddi dell’Appennino marchigiano. Il luogo vanta storia antichissima e altrettanto antica tradizione vinifera: sono le terre del Verdicchio dei Castelli di Jesi, bianco grande come pochi altri.

Mi hanno accolto con grande gentilezza e disponibilità Daniela Sorana (di cui sopra) e Agostino Pisani, responsabile di produzione della cooperativa che mi ha guidato tra le vigne, in cantina e durante le gustazioni dei loro vini.

Ho avuto modo di gustare una favolosa verticale di Verdicchio Cuprese 1991, 2001 e 2011: ai vertici dei bianchi, non soltanto italiani e il millesimo più vecchio – con la dovuta pazienza, perché i vegliardi tanta ne richiedono – è risultato forse quello più interessante. Ho gustato i loro spumanti nelle varie tipologie per toccare il top con l’Ubaldo Rosi 2006 metodo classico: anche qui siamo all’eccellenza. Ho bevuto un’ottimo Lacrima di Morro e, infine, mi è stato permesso di bere il loro succo d’uva, preparato apposta per i mercati mediorentali con zero alcol, IceMary. Dedicherò in seguito un articolo più tecnico a questa notevole realtà marchigiana: lo merita la loro qualità e la gentilezza e disponibilità di Daniela Sorana, Agostino Pisani e Giovanni Morettini. Salute.

Colonnara – Via Mandriole, 6 – 60034 Cupramontana (AN)

Tel. +39 0731 780273  Fax. +039 0731 7896 10

info@colonnara.it    www.colonnara.it

Balciana, finalmente la verticale da tempo desiderata

Patrizio Chiacchiarini, mostrandomi la sua piccola cantina, mi dice che il Balciana fermenta e riposa soltanto nelle vecchie vasche di cemento da 50 hl, e questo è dovuto al fatto che il mosto nel cemento fermenta in maniera meno impetuosa, più dolce rispetto all’acciaio. Il fatto, che proprio non conoscevo prima, mi viene confermato da Alberto Mazzoli, il grande enologo che da anni segue la Sartarelli e si può considerare l’amorevole papà del Balciana.

Un altro dato che mi stupisce, credo anche abbastanza unico nel panorama vinicolo italiano, è la percentuale rispetto al fatturato che la Sartarelli raggiunge con le vendite dirette in azienda: il 50%! Per il resto, l’export non raggiunge il 30% e non esiste una organizzazione commerciale per l’Italia, il tutto per una realtà di oltre 60 ha e più di 300.000 bottiglie (200.000 di Classico, 100.000 di Tralivio e, soltanto quando il clima lo permette, 15/20.000 bottiglie di Balciana) di Verdicchio dei Castelli di Jesi, sviluppato su diversi cloni a cui è sconosciuto il legno: soltanto acciaio e cemento.

Questa è un’altra caratteristica di Sartarelli: soltanto uve bianche del Verdicchio, con cui viene anche distillata una grappa di notevole morbidezza e prodotto un buon passito. Una piccola chicca: la Sartarelli propone due tipi di cioccolatini, alla grappa e al passito, che sono di eccellente qualità.

Uno dei paradossi del Balciana è costituito dall’esposizione dei suoi vigneti: a nord-est! Le uve sono raccolte molto tardi e in alcuni anni si arriva fino a metà novembre.

L’altro fatto incredibile è dato dal colore di queste uve: quasi rosate, che danno quel colore giallo paglierino intenso, quasi dorato che caratterizza questo vino e che non ha bisogno di succhiarlo, per giorni e giorni, dalle bucce, come oggi pare sia molto di moda (soltanto alcune uve, e in certi anni, possono permetterlo senza dare vini stucchevoli).

La sede dell’azienda, circondata dalle sue vigne, è posta a ridosso di Poggio San Marcello, un minuscolo paese situato sulla riva sinistra dell’Esino, a meno di 400 slm e a circa 25 km di distanza dall’Adriatico di Senigallia.

Il paesaggio è quel dolcissimo susseguirsi di colline su cui insistono colture di vario genere: girasoli, mais, boschi e, ovviamente, vigne che non sono comunque invasive come in Langa e Chianti.

Donatella Sartarelli – che è una donna di forte carattere e modi schietti e riservati ma cordiali – con il marito Patrizio Chiacchiarini, uomo franco e di grande disponibilità, mi hanno accolto in maniera davvero calorosa: nella sostanza assai più che nei modi, come usa tra la gente legata per davvero alla Terra.

La mia famiglia e io abbiamo soggiornato nei pressi – Moie di Maiolati – in un albergo ricavato in una struttura nobiliare del XIX secolo: Hotel La Torre, da consigliare senza riserve a chi vuol conoscere la Terra del Verdicchio di Jesi, tra Cupramontana e Stàffolo (destra dell’Esino) e Montecarotto, Moie e Poggio San Marcello (riva sinistra). Morro d’Alba dista non più di una quindicina di chilometri, verso nord-est: questa è una Terra che offre un’impressionante varietà di prodotti enogastronomici, con tradizioni che sono secolari.

Verso l’interno, quando l’Esino compie una larga ansa verso sud, ci si trova nel Parco Regionale di Frasassi, con le splendide omonime grotte e più oltre si giunge a Fabriano e Matelica: sono le terre del Verdicchio di Matelica, più acido, più minerale (le carezze dei venti qui sono di montagna e non di mare) del morbido vino dei Castelli di Jesi.

Sognavo da tempo una verticale di Balciana e avevo chiesto in maniera esplicita a Caterina – la primogenita da poco entrata in azienda per imparare da Donatella e poi prenderne il posto – di poter realizzare questo piccolo desiderio.

Guidati dall’amico Alberto, in compagnia di Patrizio e del secondogenito Tommaso, abbiamo bevuto (bevuto, si badi bene, non degustato) le annate 2001, 2003, 2007, 2008 e 2009: gli altri millesimi durante questo periodo non sono stati prodotti.

Il 2001, forse a causa del tappo, si è rivelato non all’altezza. Memorabile, indescrivibile, da cuore in gola il 2003: in termini di bianchi invecchiati, a parte certi francesi, soltanto con il Timorasso 2001 di Claudio Mariotto ho provato sensazioni simili per persistenza, complessità e armonia al naso e al palato.

Una nota interessante riguarda il colore: sia per il 2003 sia per il 2009 – che si annuncia altrettanto formidabile – si nota una tonalità di giallo più scarico delle altre annate, al contrario di quanto era lecito aspettarsi.

Ottimo il 2007; meno di quello che mi era sembrato quando lo bevvi da solo, il 2008 (si tratta di sfumature, come si può intuire). E da queste scarne note si capisce ancora una volta che per la conoscenza e l’apprezzamento di certi vini, le bevute in verticale sono fondamentali.

Sartarelli, ovvero “il” Verdicchio dei Castelli di Jesi

Terra sublime per persone speciali. Alberto Mazzoni ha guidato la mia visita presso l’Azienda Sartarelli. Accoglienza indimenticabile di persone semplici eppure splendide. In una Terra per cui ogni parola appare inadeguata.

VINO A DOPPIO SENSO di Stefania Zolotti

Incontro Stefania in un tardo pomeriggio terso e secco in piazza delle Muse, nel centro storico di Ancona: un aperitivo all’ombra rassicurante di un dehors per scambiare quattro chiacchiere sul suo libro, sorseggiando uno dei molti e buoni Verdicchio dei Castelli di Jesi di questa opulenta, discreta, e pur sempre sorprendente, provincia italiana.

Stefania ha gli occhi verdi, chiari, sinceri: sguardo che osserva e si fa osservare senza imbarazzi e privo di orpelli inutili. E’ una donna, ahinoi rara, di quelle che sanno mettere l’interlocutorea proprio agio.

Doveva essere solo un aperitivo e invece si è piacevolmente prolungato in una cena a base di paccheri, stoccafisso e patate che più tradizionale non avrebbe potuto essere; gradevolmente impregnata di un Lacrima di Morro all’altezza della situazione.Com’è mio solito, la prendo alla larga. Stefania Zolotti è una trentenne che cerca di capire i rapporti e gli uomini anche attraverso le belle metafore del vino.

Ha studiato e lavorato tra Bolzano e Milano, per ritornare a occuparsi di comunicazione in ambito pubblico nella sua Ancona.

L’idea del libro è sbocciata, improvvisa, durante una visita a Cupramontana, terra di ottimo Verdicchio di Colonnara e Bonci: era lì con una sua amica e venne fulminata da questo progetto. Un libro che raccontasse con leggerezza e ironia cose di vino, metaforizzando vicende di uomini e donne.

Il lavoro, concepito nell’autunno del 2005, fu presentato al Vinitaly del 2006 per i tipi dell’editore Gabrio Marinelli di Falconara Marittima.

E’ un oggetto che richiede una sorta di maneggio: si legge in un verso per uomini e vini rossi, e nel verso opposto per donne e vini bianchi; ovviamente, il libro presenta due copertine opposte e simmetriche.

Di formato quadrato e bella carta uso-mano, impostato su due colonne e stampato con un leggero carattere bastone, è illustrato da numerose vignette di genere umoristico disegnate da N. Orliani.

La grafica è assai curata: i numeri delle pagine sono inscritti dentro un piccolo calice!

La prefazione è di Bruno Gambacorta e lo sviluppo del progetto si articola su tre sezioni, sia per la parte dedicata agli uomini, sia per quella dedicata alle donne: “Neologismi/Enologismi”, i ritratti/interviste dei personaggi – tutti più o meno marchigiani – introdotti da una sorta di simpatica scheda sinottica e, infine, “Matrimoni a tavola”, sezione in cui Giuseppe Cristini e Alberto Mazzoni presentano i principali disciplinari dei vini, rossi e bianchi, delle Marche.

Nella prima sezione la metafora passa dall’uomo passito (il perfetto) all’uomo novello (la primizia), dall’uomo da invecchiamento (il fedele) all’uomo da fuori pasto (l’amante). Per le donne, scritte da Leonardo Cemak, le scelte passano da quella astringente (la brontolona) a quella appassita (la rugosa), dalla donna cuvée (la perfetta) alla donna perlage (la brillante).

I ritratti degli uomini sono 17: si passa da Tonino Carino a Neri Marcorè, da Riz Ortolani a Adolfo Guzzini. Le interviste femminili sono 14: tra le altre, Valentina Vezzali, Rosanna Vaudetti, Katina Ranieri e Natasha Stefanenko.

La scrittura di Stefania è incisiva, sintetica, capace di attingere a immagini anche ardue ma sempre in tema col personaggio: ne escono ritratti che paiono illustrazioni tracciate con linee secche di china, stemperate comunque nell’ironia e nella leggerezza.

Ho avuto l’impressione, leggendo il libro, che Stefania abbia un talento ancora tutto da esplorare.

Di seguito, cito a esempio alcuni brani tratti dall’intervista a Moreno Cedroni, il grande chef della Madonnina del pescatore di Senigallia.

“Ad un velocista della fantasia come lui piace senz’altro giocare. Libere associazioni di idee cesellate col vino. Per ogni tipologia di donna un calice da abbinare. La ventenne inesperta ma curiosa, una donna che si affaccia alle prime esperienze.

Deve assaggiare la vita ma senza bruciare le tappe. Così anche il vino. Non le darei nulla di troppo importante, sarebbe sprecato. Ed un barrique non sarebbe certo capito. Le servono profumi fragranti, note acide e dolci al tempo stesso così da sperimentare ogni possibilità a piccoli sorsi. Sicuramente un Gewurztraminer. Poi la trentenne single, un lavoro precario, la finta ambizione di carriera che cela il desiderio di famiglia. Lei ha già fatto un percorso, ha già avuto esperienze. Nello scegliere un vino adatto conta molto la sua incertezza, la sua precarietà. Il vino troppo costoso la manderebbe in crisi e magari non se lo gusterebbe neanche. Scelgo allora un Brachetto, con note fiorite. Piacevolmente dolce e piacevolmente frizzante. Vorrei inebriarla con il profumo della rosa, aiutarla per un po’ a non pensare troppo ai suoi problemi. Scalpita la quarantenne alla ricerca del tempo perduto. Consigliare una quarantenne malmaritata sembra persino troppo facile, proviamo con la quarantenne delusa che ha invece voglia di provare a vivere davvero. Per lei assolutamente banditi acidità e tannini, è già inasprita di suo. Le serve sicuramente il dolce, molto più che alla trentenne. Ha bisogno di un vino avvolgente, direi un passito. Trovato: Passito di Sauvignon vendemmia tardiva.

Infine la cinquantenne. Il desiderio di un ritorno alla giovinezza, la consapevolezza di un bivio da cui riprendere un percorso. Con lei non ho dubbi, vuole effervescenza. Ha bisogno di sana freschezza, di bollicine, di euforia. Champagne rosée.

Magia del gioco quando aiuta a decifrare la vita.

Magia della vita quando la si beve giocando.”

Un libro da consigliare senza riserve. Sono circa 300 pagine per 14,50 €.

Vincenzo Reda

Torino 20 luglio 2008

Ps: per giocare….(appendice da una e-mail del 14 luglio 2008)

SEGNI PARTICOLARI

Segno zodiacale: bilancia ascendente gemelli, Mercurio, Venere e Saturno in scorpione.
Segno zodiacale con maggiore affinità: toro e capricorno
Scaramantico: moltissimo, ma a modo mio
Colore per sé: un colore singolo non dice nulla, amo particolari accostamenti di colore
Colore preferito su una donna: come sopra
Numero portafortuna: sono ossessionato dai numeri
Pregio: la sensibilità
Difetto: il bisogno sempre e comunque di armonia
Arma di conquista: sono un affabulatore non logorroico
Elemento in comune con il vino: la complessità
Elemento in comune tra il vino e le donne: la capacità di ebbrezza

SUL VINO

Bianco o rosso: mi piacciono tutti
Fermo o frizzante: fermo, ma in certi pomeriggi o sere d’estate, i frizzanti: dio li vuole
Fresco o a temperatura ambiente: sempre un pelo meno freddo di quanto è consigliato
Con che vino conquisterebbe: mia moglie è astemia
Con che vino si farebbe conquistare: un grande Bourgogne o uno Chateau d’Yquem 1967 ( ma basterebbe un ’99)
Luogo d’acquisto abituale: direttamente dai produttori o in enoteca
Il ricordo di un’ubriacatura: tantissimi, ma sono ormai annosi
Uomo e donna celebri con cui vorrebbe bere: donna per bere, Fernanda Pivano (tante altre mi attraggono, ma non penserei certo a bere); uomo, Francesco Cossiga/Umberto Eco.

SULLE DONNE

Pregio: l’immaginazione
Difetto: l’acidità
Qualità cui non potrebbe mai rinunciare: la femminilità
Qualcosa da invidiare: l’essere madre, ma anche l’inarrivabile, per l’uomo, intensità dell’orgasmo.

SUL SENSO

Quello preferito: l’udito
Quello che sintetizza la Sua idea di donna: il gusto

SUL DOPPIO SENSO

La donna è un doppio senso? La donna è un multisenso.

 


Il Balciana di Sartarelli

Finalmente pare si sia vicini alla DOCG anche per il Verdicchio. Era ora.

Lavorando in Ancona in un settore vicino a quello dell’enogastronomia, ho avuto la possibilità, fin dagli anni Novanta, di scoprire e seguire la grande evoluzione che ha visto un vino dall’immagine abbastanza scadente, pur assai conosciuto, raggiungere traguardi allora impensabili.

Il Verdicchio è un vitigno antico e autoctono: le solite leggende, diffuse ovunque da noi, riportano la storiella del re visigoto, Alarico, che nel 410, prima di assalire Roma, si fece una scorta di Verdicchio caricando una quarantina di muli! Ma che il grande Pietro Aretino parli bene di questo vino, già diffuso nel XVI secolo, è faccenda acclarata; e non si può parlare di vini marchigiani, senza almeno ricordare Andrea Bacci, di Porto Sant’Elpidio!

Ho bevuto (non amo il verbo “degustare”), scegliendole personalmente, 6 bottiglie di produttori diversi e annate comprese tra il 2006 e il 2008, alcuni di questi vini sono stati invecchiati in barrique, altri hanno visto soltanto acciaio. Quasi tutti sono stati vendemmiati tardivamente, alcuni con la presenza già di muffe nobili.

Sono tutti vini più che eccellenti

E poi, poi c’è il Balciana di Sartarelli: qui i miei giudizi non sono da tenere in gran conto, perché per il Balciana io nutro amore vero e gli innamorati non sono mai gente affidabile.

Questo, del 2008, presenta un colore giallo oro (non il classico paglierino con riflessi verdognoli del Verdicchio), una esplosione di sentori che non mi sento di descrivere e in bocca ti dice, semplicemente: gustami piano, a lungo, non mi dare nessuna compagnia perché sono geloso ed esclusivo, bevimi come fossi una droga…

Il Balciana è qualcosa di straordinario: 15° per un vino che abbiamo soltanto noi, in Italia e che costa poco, come tutti i vini marchigiani. E qui mi piace di fare una proposta: alcune verticali per saggiare la tenuta di questi vini a fronte di invecchiamenti anche molto lunghi.

Mio dovere è quello di ringraziare Alberto Mazzoni, direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela dei Vini.

Il Consorzio, costituto nel 1999, mi ha gentilmente fornito i vini  e il materiale di documentazione.