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“Il vino giusto” di Luigi Veronelli

Premessa

 

Se non ami li vino, se non sei disposto a riconoscerlo amico, non leggermi. Non puoi capirmi, ti stupiresti – sciocco sino a riderne – di frasi esatte: la scienza ha conquistato lo spazio e non ancora il “meccanismo” delle infinite metamorfosi del vino, vi è qualcosa che sfugge, che si sottrae ad ogni analisi, qualcosa che solo noi conosciamo, con cui solo noi comunichiamo, noi che amiamo il vino: la sua anima.

Ti stupisci; non noi.

Versiamo il rosso vino – amorosi, con infinite cautele – nel bicchiere panciuto che esige la tiepida carezza della mano; o, con uguali cure, il bianco del bicchiere alto, aristocratico e nervino, che la mano allontana; ne osserviamo in trasparenza i colori, godiamo già del giuoco allegro e balenante dei tonali riflessi; gli imprimiamo, al bicchiere, lieve il gesto, un accenno di rotazione: aumenta la superficie vinosa; si libera, e la aspiriamo, ogni nascosta suggestione, dal bouquet; in un bacio lo sorseggiamo per la lingua, per il palato; ci lasciamo invadere dai ricordi: mille e mille e mille; ogni vino bevuto ha il suo racconto.

Ogni vino bevuto ha il suo racconto. Mio proposito: renderne facile l’ascolto e la comprensione a te, lettore, che ami il vino – mi leggi -, o sei disposto a riconoscerlo amico.

 Il testo, magico, di Gino Veronelli è premessa al volume Rizzoli 1971: “Il vino giusto”. E’ un libro fatto bene: cartonato, in 8°, con i capitelli, le sguardie, una sovraccoperta plastificata – non semplicemente verniciata -, carta usomano da almeno 150 gr. e legatura a filo refe pregevole. Un libro non datato.

Se riuscite a trovarlo su qualche bancarella dell’usato, com’è capitato a me, non lasciatelo inutile sul banco.

Ci tenevo a mettere sul mio sito questo testo, omaggio a un amico Grande e inutile esempio per quella pletora di manovali della scrittura e industriali della comunicazione che oggi affolla i nostri tristi dintorni: per tutti i vari oni, ini, obrio, illi, elli… che il diavolo se li porti.

Vincenzo Reda

2 ottobre 2008

Susumaniello o Sussumaniello?

Se si clicca su Google “Susumaniello” vengono fuori 48.400 risultati; cliccando “Sussumaniello” di voci ne vengono citate soltanto 14.100: mi piacerebbe dirimere la questione. Su EV n° 73 del 2003 l’articolista di Gino ( Gabbrielli) scrive il nome di questo vitigno pugliese, di probabili origini dalmate, con una sola “s”. Di Gino mi fido e lo scrivo io anche con una sola “s”, però mi riservo di controllare l’etimologia, che vuole la voce discendere dalla parola dialettale locale “somarello”, poi modificata dall’uso verbale e degenerata nel termine attualmente in uso. Ogni parola che può essere scritta con piccole variazioni, in realtà ne attesta una più corretta di tutte le altre. Pur conoscendo molto del vino pugliese, mai avevo bevuto questo vino fino a che, di recente, ho conosciuto Vincenzo Vita: una storia la sua conoscenza, un’altra storia, che racconterò a tempo debito, la vicenda che lega questo torinese pugliese al vino.

Io sono un torinese calabrese e Vincenzo l’ho conosciuto seguendo un percorso che passa da Hanover (N.Hampshire, Usa), Brooklin e ritorna a Torino, Bar Elena, fine luglio di quest’anno: me lo ha presentato Marco Ursino (B. Film Festival), amico di Gianni Leopardi, il mio caro chef. Vincenzo, da qualche anno, produce vino soprattutto in Puglia, ma non si esime da Barbera e Barolo a Barolo, Chianti a Cerreto Guidi e Lambrusco a Parma. Egli è originario di S.Vito dei Normanni e la sede della sua azienda è in Manduria.

Ho bevuto i suoi Negramaro e Primitivo che sono ottimi, ma mi ha colpito questo Susumaniello, che chiama “Più Su”, non ancora in commercio : un vino davvero eccezionale – matura dalle parti della città bianca, la magica Ostuni, in pochi ettari – che già da qualche anno Riccardo Cotarella indaga e cura. L’ho bevuto, m’è piaciuto e l’ho usato per dipingere. Devo citare, di Vincenzo, anche lo strepitoso rosato da uve “Ottavianello”, sempre pugliese.