Sui Maya

 

Aré u xe oher tzih varal Quiché u bi (Questo è il principio delle antiche storie di questo luogo chiamato Quiché)….”

Così comincia il Popol Vuh ( Popol Wuj, nella più moderna trascrizione), quella che si definisce “Bibbia Maya”: il libro sacro dei Maya Quiché, trascritto da  Padre fra Francisco Ximénez, dell’Ordine dei  Domenicani, nei primi anni del Settecento e basato su un testo redatto da un indigeno con grafia occidentale, probabilmente intorno al 1550 nei dintorni di Chichicastenango, Guatemala.

Popol Wuj significa: “libro del consiglio, carta della comunità, libro nazionale”.

In questo testo poetico si racconta di come i Progenitori, Tepeu e Gucumatz – il Creatore e il Formatore – crearono gli uomini.

E’ una storia, tenera per certi versi, fatta di tentativi sbagliati: dopo aver provato malamente, con il fango e con il legno, di creare l’uomo, ci riuscirono col mais:

Poi presero a discutere sulla creazione e la formazione della nostra prima madre e del nostro primo padre. Di mais giallo e di mais bianco venne fatta la loro carne; di pasta di mais vennero fatte le braccia e le gambe dell’uomo. Soltanto pasta di mais compose la carne dei nostri padri, i quattro uomini che furono creati.”.

Il testo prosegue con il racconto delle gesta dei divini gemelli Hunahpú e Xbalanque, gli eroi mitici del mondo maya: leggere e comprendere i testi sacri di un popolo costituisce sempre una delle chiavi che aprono alla conoscenza di quella cultura.

Nel 1857 da Karl von Scherzer (a Vienna e in traduzione spagnola) e nel 1861 dall’abate francescano C. E. Brasseur de Bourbourg (testo originale in Quiché e sua traduzione francese, a Parigi) venne pubblicato questo scritto straordinario, dimenticato e ritrovato pochi anni prima nella biblioteca dell’Università di San Carlos a Città del Guatemala, oggi conservato nella biblioteca Newberry a Chicago, Illinois.

Nel 1864 ancora l’abate Brasseur pubblica, con testo spagnolo a fronte e traduzione francese, la Relación de las cosas de Yucatán, uno scritto dimenticato negli archivi dell’Accademia Reale di Madrid e da lui scoperto l’anno prima.

Fu il frate francescano spagnolo Diego de Landa a compilare questa insostituibile relazione – forse il primo, vero testo etnografico – intorno al 1566, in Spagna dove era tornato per subire un processo intentato a suoi danni da un confratello invidioso e geloso.

De Landa, nato nel 1524 e di nobile stirpe, era arrivato nello Yucatàn, da poco conquistato, nel 1549.

Il Francescano si era guadagnato il favore degli indios per la sua grande e meritoria opera di protezione dalle angherie dei crudeli latifondisti – encomenderos – dai quali erano tenuti in considerazione non più che alla stregua di bestie da soma: uscì trionfante dal processo e ritornò nello Yucatán, nominato vescovo da papa Pio V nel 1572, e il 29 aprile del 1579, a Mérida, lo colse una morte  prematura.

Il lavoro di questo religioso si è rivelato fondamentale per la comprensione e per l’inizio della decifrazione della scrittura maya: il paradosso storico vuole che fu egli, nel 1561, a ordinare la distruzione con un rogo immenso di un’intera biblioteca di antichi testi maya!

Occorrerà aspettare gli anni Ottanta dello stesso secolo per vedere sorgere la nascita dell’archeologia maya a opera di Alfred Maudslay e Teobert Maler (uomo, quest’ultimo, dalla storia eccezionale: nato a Roma da genitori tedeschi, si ritrovò in Messico perché appartenente a un gruppo di volontari austriaci partito a supporto dello sfortunato imperatore Massimiliano).

E’ pur vero che l’architetto italiano Alessandro Bernasconi nel 1784 disegnò e descrisse le rovine di Palenque e che i celebri John Lloyd Stephens e Frederick Catherwood tra il 1841 e il 1843 avevano pubblicato due resoconti di viaggio che fecero rumore (Incidents of travel in Central America, Chiapas and Yucatan e Incidents of travel in Yucatan, entrambi ancor oggi inediti in Italia): ma erano stati episodi che non avevano innescato nell’immediato alcun processo di ricerca di tipo scientifico: è con la fine dell’Ottocento che nascono, infatti, le discipline sistematiche quali etnologia e antropologia.

Da quel momento in poi, l’archeologia, e oggi possiamo dire la storia maya ha conosciuto una stagione straordinaria di scoperte, conoscenze, divulgazione anche nell’immaginario collettivo.

Ricercatori come Morley, Ruz Lullier, Thompson, Coe, Sharer, Shook e studiosi come Föstermann, Knorozov, Proskouriakoff, Schele e Grube hanno contribuito a far sì che le nebbie fitte, intorno a una civiltà perduta nell’intrico dei secoli e delle foreste tropicali, venissero pian piano a diradarsi.

Gli ultimi venti anni di ricerche e scoperte hanno rimesso in discussione tutto ciò che fino agli anni Sessanta/Settanta veniva ormai quasi dato per assunto.

Sono partito gli ultimi giorni di ottobre per effettuare un viaggio in Guatemala

– ospite di INGUAT, l’ente governativo per lo sviluppo turistico e culturale del

Paese – appunto alla ricerca di comprendere quanto l’orizzonte delle conoscenze intorno alla cultura dei Maya si stia ampliando, verso quali direzioni e per quali nuove domande occorra cercare risposte.

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